L`arrivo di Wang. Ecco la nuova musa dei Manetti

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Francesca Cuttica, genovese, classe 1983, bionda e dai tratti gentili, batterista e suonatrice di ukulele a tempo perso, sembra essere diventata la “musa” dei Manetti bros. Chi sono i Manetti bros? Due fratelli romani, Antonio e Marco, che praticano cinema di genere a basso costo, con una predilezione per polizieschi, horror e fantascienza. Venerdì scorso, dopo l’anteprima a Venezia 2011, è uscito “L’arrivo di Wang”. A Genova lo danno all’Uci cinema Fiumara. «Fantascienza da camera» dicono i due registi, ma non si pensi a una cosa misera. Cultori del low-budget e della massima libertà espressiva, i Manetti sono riusciti a girarlo con meno di 500 mila euro, ma gli effetti speciali digitali non sono per niente male, anche rispetto ai kolossal hollywoodiani. 


«Più che musa, mi sento un feticcio. Mi piacerebbe ispirare i Manetti, ma non siamo a quella fase. Con loro però ho ritrovato il piacere di recitare» confessa Cuttica. «Sfoderano un approccio al cinema davvero unico, da appassionati veri, e io ne avevo bisogno. Non c’è il rischio di ripetersi. E poi ci si sente leggeri sul set, quasi a casa». Scesa a Roma nel 2002 per frequentare il Centro sperimentale di cinematografia, l’attrice genovese, formatasi alla Quinta Praticabile di Modestina Caputo e Aldo Amoroso, si è diplomata invece all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Ma è il cinema, più del teatro, la sua tazza di tè. Qualche titolo? “Io che amo solo te”, “10 inverni”, “La prima linea”, finalmente un ruolo da protagonista con “L’arrivo di Wang”, girato nel 2010. Pochi mesi dopo i Manetti l’hanno richiamata per un fosco thriller in 3D ambientato in una supervilla isolata, “L’ombra dell’orco”. Uscirà a settembre.  


La cosa curiosa è che per “L’arrivo di Wang” Francesca Cuttica ha dovuto frequentare un corso accelerato di cinese: due settimane di fuoco, più ripetizioni quotidiane sul set, per recitare decentemente le battute del copione. «Una faticaccia, ma ne è valsa la pena. Era come imparare a memoria una serie di numeri, non hai alcun tipo di appigli. Basta poco per stravolgere il senso di una frase» spiega. Anche l’ex direttore della Mostra, il sinologo Marco Müller, che parla un mandarino perfetto, le ha fatto i complimenti. «Sorvolando sugli errori, presumo» scherza.

Perché il cinese? Si immagina che la giovane Gaia, interprete provetta, sia ingaggiata al volo, 2.000 euro per due ore di lavoro, da un misterioso funzionario dei servizi segreti, il dottor Curti, incarnato da Ennio Fantastichini. Bendata per ragioni di sicurezza, la fanciulla si ritrova in un bunker buio al cospetto di Curti e di un cinese, il signor Wang. Solo che Wang non è un uomo, bensì un alieno dalle fattezze polipesche, gommoso e con testa a ventaglio, come nei vecchi film di fantascienza. Dice di essere venuto in pace, imparando quella che pensava essere la lingua più diffusa sulla Terra. Per scambi culturale e reciproca conoscenza. Ma Curti è sospettoso, il marziano a Roma non è esattamente quello di Flaiano, nasconda qualcosa. Gaia, invece, no: politically correct e fiduciosa nei confronti dello “straniero”, è mossa a simpatia, e inorridisce quando il poveretto viene seviziato con la corrente elettrica per farlo parlare. Chi avrà ragione dei due? 
«Guardi, nella vita io sono come Gaia. Un po’ ingenua e buonista» ammette. Nel film l’interprete crede davvero che Wang sia buono, e chissà che non abbia ragione. «Forse noi terrestri ci siamo meritati di essere trattati male, forse siamo incorreggibili. Fosse per me, darei comunque una possibilità a Wang».  


Allusivo e birichino, con sorpresona incorporata, “L’arrivo di Wang” gioca col genere ma suggerisce qualcosa di pertinente sulla società italiana. Teorizzano i due registi: «Facciano spettacolo. Ma la fantascienza serve a riflette su alcuni temi etici. Si parla di incomunicabilità e pregiudizi. Poniamo delle domande. Quanto bisogna fidarsi del prossimo? Quale limite è lecito superare per sventare una minaccia? Si può sbagliare nel perseguire con coerenza i propri ideali di progresso?». 

Chiediamo a Francesca  Cuttica se il cinese sia una lingua scelta a caso, insomma se dietro non ci sia una metafora sull’Italia “invasa” dai nipotini di Mao. Lei tende a escludere «messaggi trasversali», i cinesi le piacciono, cucina inclusa. Semmai aggiunge: «Il vero rispetto verso l’altro sta nella volontà di conoscerlo, prima di giudicarlo, e nel considerarlo innanzitutto un “essere”, al di là del suo aspetto». Per la cronaca altri due genovesi partecipano al film, i musicisti Pivio e Aldo De Scalzi: colonna sonora da paura.

Michele Anselmi
 

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