Barry Lyndon. Analisi di un capolavoro

Il Settecento secondo Kubrick  | Dal romanzo di Thackeray

Come può un giovane irlandese diventare un nobile inglese?”  

“Barry Lyndon”, ovvero il Cinema con la c maiuscola, centosettantotto minuti di puro piacere per vista e udito, ovvero uno di quei film che, come altri del grande regista statunitense, può essere visto e rivisto nel corso degli anni convincendoci che il grande cinema non è poi così all’ordine del giorno e che per creare un capolavoro della settima arte, ahimè, non bastano una buona storia, un buon cast, una bella colonna sonora… e c’è poi il lato negativo della medaglia, quella che ci fa inevitabilmente riflettere sul cinema contemporaneo e su quanta filmografia, di cui quotidianamente ci nutriamo, sia ben lontana da raggiungere certi livelli artistici.

In realtà il paragone potrebbe risultare retorico e qualunquista, ma se escludiamo alcuni (che per fortuna ancora emergono) fra i nomi del panorama moderno cinematografico, spesso si potrebbe benissimo fare a meno di scomodarsi per recarsi ad assistere a film per lo più deludenti o insignificanti.
Ecco che allora viene la voglia di riprendere in mano opere datate come quelle di maestri quali Kubrick, Kieslowski, Kurosawa, tanto per nominare i primi che ci vengono alla mente (… e che i loro nomi inizino tutti con la K è solo una coincidenza!) e assaporare con grande soddisfazione le scene che ci ritornano alla memoria con la loro inequivocabile peculiarità di non possedere alcun elemento lasciato al caso… e una di esse è senz’altro “Barry Lyndon” … 

"È stato detto talvolta che un grande romanzo costituisce una base meno promettente per un film che non un romanzo che sia semplicemente buono. Io non credo che l`adattamento di grandi romanzi presenti problemi particolari che non si incontrano invece adattando romanzi buoni o anche mediocri … Credo che quasi tutti i romanzi possano essere portati sullo schermo con successo, a parte quelli la cui integrità estetica è strettamente legata alla durata. Per esempio, il tipo di romanzo in cui una gran quantità e varietà di azione è assolutamente essenziale alla storia, così da perdere molto della sua forza quando si operano consistenti sottrazioni dal numero di eventi o dal loro sviluppo". 

Stanley Kubrick, Words and movies (Words & Movies), in Sight and Sound (Winter 1961)  

Che Kubrick fosse sul set un perfezionista lo si legge in molte interviste rilasciate da coloro che hanno lavorato ai suoi film, proprio perché è stato un regista a trecentosessanta gradi, là dove il mestiere di regista include lo stare direttamente dietro la macchina da presa a mano, la scelta delle inquadrature, la fotografia, l’accurata selezione dei brani musicali, le luci, fino a seguire di persona il montaggio conclusivo delle varie scene girate …  

“Barry Lyndon”, anno 1975, è tratto dal romanzo di William Makepeace Thackeray, “Le memorie di Barry Lyndon”; le riprese, che vennero effettuate in Irlanda, in Germania e in Inghilterra, si svolsero nell’arco di due anni.

Il racconto, così come ci spiega la voce narrante, è sì quello delle peripezie del bel giovane e ambizioso irlandese Redmond Barry, ma più universalmente è quello che gira attorno al periodo dell’Illuminismo, nel bel mezzo della guerra dei Sette anni, dove quindi il vero protagonista è la Storia. 

Il film è diviso in PARTE I: Con quali mezzi Redmond Barry acquisì lo stile e il titolo di Barry Lyndon e PARTE II: contenente un resoconto delle sventure e dei disastri che accaddero a Barry Lyndon. 

Le affinità con l’ “Amleto” di Shakespeare si delineano fin dall’inizio: sia nella tragedia shakespeariana che nel nostro film abbiamo la presenza di un padre morto, il padre dello stesso Amleto e il marito di Lady Lyndon, sostituito nell’uno dalla moglie (la Regina in “Amleto”, Lady Lyndon in “Barry Lyndon”), col cognato della Regina e nell’altro da Redmond: il conflitto con il figlio per Barry Lyndon e con lo zio per Amleto, diventa fatale e in entrambe condurrà al duello finale dove l’usurpatore finirà in maniera drammatica nell’uno, tragica nell’altro.  

Innamoratosi di una giovane donna, Redmond si sfida a duello con il proprio rivale in amore e, credendo di averlo ucciso, fugge verso Dublino per non essere catturato, si arruola nell’esercito inglese ma quasi subito lo diserta, quindi, dopo aver mentito sulla sua vera identità ad un capitano dell’esercito prussiano, viene catturato e costretto ad arruolarsi questa volta nell’esercito prussiano; qui viene iniziato prima a fare la spia, non riuscendovi, ad entrare nel mondo del gioco d’azzardo: la sua bellezza e fortuna ai tavoli da gioco, lo porterà ad introdursi nella società europea più altolocata. 

Abbandonata ogni idea iniziale legata al sentimento d’amore, Redmond conoscerà e sposerà la ricca contessa di Lyndon, dalla quale avrà un figlio che morirà in tenera età e porterà ben presto la donna a perdere tutti i suoi beni; dopo aver tentato invano di ottenere un titolo nobiliare, (alla presenza del re Giorgio III, si vanterà di aver finanziato una spedizione in America contro i “ribelli” al che il re gli risponderà: ”Bene, si unisca a loro e vada a combattere anche lei in America!"), si sfiderà a duello con il figliastro, Lord Bullington, e, ferito, non gli resterà che accettare da lui il vitalizio di 500 ghinee l’anno e lasciare definitivamente l’Inghilterra: era l’anno 1789.  

Nella realizzazione di un film niente dà un senso di euforia maggiore che sentirsi parte di un processo che permette al lavoro di crescere, attraverso la collaborazione vitale tra sceneggiatura, regia, recitazione, che prende gradualmente corpo. Ogni forma d`arte correttamente praticata comporta una relazione continua fra concezione ed esecuzione, perché la concezione originale viene costantemente modificata man mano che si cerca di darle una realizzazione oggettiva. Nella pittura questa relazione avviene tra l`artista e la sua tela; quando si fa un film questa relazione avviene tra le persone”.  

Stanley Kubrick, Words and movies  (Words & movies), in Sight and Sound (Winter 1961)

Il film si apre e si chiude quindi con la scena di un duello: quello iniziale, in cui perde la vita il padre di Redmond Barry, farà da prologo alla sua inevitabile rovina e quello finale con Lord Bullington, che segnerà l’epilogo delle vicissitudini di Barry Lyndon.  

Potere, onore, danaro, eros, questi gli elementi ricorrenti nel film, elementi che ci suggeriscono il momento storico settecentesco del passaggio da un tipo di potere clerico-nobiliare ad un altro, fondato sul capitale attraverso una trasformazione delle classi dominanti.  

Che dire del legame fra la pittura e il film di Kubrick? Come ben sappiamo la maggior parte delle scene è strettamente correlata con opere pittoriche inglesi del periodo: le citazioni vanno da John Constable a William Hogarth, da Johann H. Fussli a Joshua Reynolds… una serie di tableau vivant composti con cura ed esattezza quasi maniacale. Anche la luce è l’elemento dominante del film; si è già detto di come fosse girato interamente in luce naturale, anche se questo non risponde del tutto a verità.  

Per le scene di esterni Kubrick ha preferito l’uso dell’illuminazione naturale proprio perché è così che vediamo le cose e la sua intenzione era proprio quella di simulare il più possibile la luce naturale. Per quanto riguarda gli interni, le scene vengono illuminate tutte attraverso la luce delle candele e questo, come possiamo ben immaginare, procurava non pochi problemi. 
Non dimentichiamo che il regista, all’inizio della sua carriera, lavorò come fotografo per la rivista “Look”.                                                                    

Kubrick decise così di usare alcuni obiettivi prodotti dalla NASA e dopo aver acquistato un obiettivo Zeiss si rivolse a Ed Di Giulio, operatore di tecniche cinematografiche, perché lo adattasse alle esigenze cinematografiche.

Ecco che l’obiettivo venne adattato ad una cinepresa Mitchell BNC, non reflex; ma anche qui i problemi erano molteplici, tra cui quello che lo Zeiss possedeva una profondità di campo estremamente ridotta dando l’impressione che tutto fosse messo a fuoco; attraverso tutta una serie di test in cui venivano ripresi gli oggetti ad una data distanza e quindi sviluppando ogni volta lo spezzone della pellicola, veniva analizzata la messa a fuoco ottenuta che veniva riportata sulla ghiera innestata sulla cinepresa.

Inoltre, Di Giulio, per ovviare all’ulteriore esigenza del regista di fare riprese ampie, realizzò un aggiuntivo ottico per rendere lo Zeiss maggiormente grandangolare.  Dopo varie peripezie Kubrick usò le cineprese Arriflex per le riprese degli esterni e lo Zeiss per quelle degli interni.

Al di là del dibattito sull’uso esclusivo della luce naturale, resta il dato di fatto che le numerose riprese interne a lume di candela restano un affascinante ed irripetibile esercizio visivo della genialità creativa di Stanley Kubrick; in esse, le inquadrature, l’uso della camera a mano, lo zoom, le particolari angolazioni di ripresa, tutto contribuisce alla creazione di capolavori cinematografici quali , appunto, “Barry Lyndon”.

La colonna sonora e i vari brani di musica classica che la compongono, sono stati studiati da Kubrick ognuno per accompagnare una particolare scena: così i duelli del protagonista hanno come sottofondo la “Sarabanda” di Haendel, riscritta e riorchestrata in alcune parti per esprimere pienamente momenti drammatici del film quale quelli dei duelli. Nelle scene di battaglia la scelta è stata per le marce mozartiane come l’”Idomeneo”, che con la sua eleganza si sposava perfettamente con i colori delle divise dei soldati e con i movimenti geometrici e scanditi delle schiere che avanzavano.  E ancora, nelle scene al tavolo da gioco, il sottofondo musicale non può che trovare connubio più felice se non con le arie del “Barbiere di Siviglia” di Paisiello, mentre nel momento in cui Lady Lyndon cede al fascino di Redmond, la musica si fa dolcissima sulle note del Trio op. 100 di Schubert; nell’ultima scena, proprio mentre Lady Lyndon si accinge a firmare il vitalizio per Redmond Barry, riecheggiano nostalgiche e languide le note di Schubert … 

Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri ora sono tutti uguali”.

Onorina Collaceto

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