Germano/Lo Cascio: dalla realtà alla miniserie

Elio Germano e Luigi Lo Cascio | Due attori “rivali” per costrizione

Non hanno scelto personalmente di sfidarsi, né sul piano della vita vera e né su quello del set, ma il palinsesto ha stabilito per loro quella che si è rivelata una sorta di gara all’ultima audience. Elio Germano e Luigi Lo Cascio, due attori di razza con formazione, età e origini diverse, sono stati accomunati dalla stessa sorte, quella di “chiudere i conti degli ascolti” previsti per la serata di lunedì 19 marzo. Due ultime puntate di fiction che nella prima serata avevano già presentato un discreto indice di gradimento, ripristinando ancestrali confronti tra broadcasting e narrowcasting.

Sky 1 Cinema HD ha offerto “Faccia d’angelo”, miniserie ispirata alle vicende della mala nel Brenta e incentrata sull’arte performativa del giovane attore romano. Presente parallelamente sul grande schermo con “Magnifica presenza” di Ozpetek – film sulla linea di confine tra il quotidiano e il fantastico – Elio Germano sprofonda qui nella più “amara concretezza” interpretando il capo di una banda criminale veneta. Fin dalla prima parte, dedicata proprio al racconto dell’ascesa del boss “Toso”, questo prodotto audiovisivo si è rivelato ancorato a una rigida struttura drammaturgica, un impianto lineare e solido definito “fin troppo didascalico” da Aldo Grasso su “Il Corriere della Sera”. Al contrario, la seconda parte più articolata e “romanzata” ha rivelato i più classici contrasti individuali e collettivi (ricchezza e povertà, ignoranza e consapevolezza, paura e coraggio).

Diretto da Andrea Porporati (autore della sceneggiatura insieme con Elena Bucaccio e Alessandro Sermoneta), il film TV si è largamente affidato all’interpretazione di Germano, dalla parola al look se si considera l’acconciatura perfettamente coincidente con quella di Felice Maniero, il giovane pronto a tutto in nome del denaro affiancato dai suoi compagni “Il Moro” (Andrea Gherpelli), “Tavoletta” (Matteo Cremon), “Bepi” (Gianantonio Martinoni), “Schei” (Fulvio Molena) e “Il Doge” (Diego Pagotto). Come richiesto da qualsiasi fiction, accanto a questa sfilata di cattivi non poteva mancare quella dei buoni: da qui il ruolo degli ispettori Bruno Ricci (Carmine Recano) e Del Monaco (Stefano Fregni) e la figura del commissario Trionfera (Nino D’agata). L’inevitabile declino del boss è giunto puntuale nella serata di lunedì, placando le polemiche scaturite sull’ennesima monografia criminale ospitata da una Pay TV dopo la lunga saga di "Romanzo criminale".

Nonostante il dissenso dell’Associazione vittime del dovere che si è scagliata contro l’ossessione di “fare cassetta”, la miniserie sembra aver conquistato una buona fetta di pubblico. E la sua “rivale” trasmessa sullo spazio generalista? “Il sogno del maratoneta” su Rai 1 non sembra aver riscosso lo stesso interesse, nonostante puntasse sulla duplice identificazione nei confronti di un insolito Lo Cascio e di un insolito personaggio, un campione sportivo di tutto rispetto: Doriando Petri. Per Lo Cascio le ricostruzioni storiche sono pane quotidiano ed è quindi passato con agilità dall’Italia risorgimentale di “Noi credevamo” (2010) a quella contadina della campagna emiliana nei primi anni del Novecento.

Ha regalato una nuova anima al mito di un campione evocato dai cinegiornali e un corpo tridimensionale al protagonista del romanzo di Giuseppe Pederiali, eppure qualcosa non è riuscito. Certo anche qui l’influenza dei manuali di sceneggiatura americani ha messo in campo strategici contrasti tra bene e male, l’ambizione e la rinuncia, la speranza e la delusione, il desiderio di rivalsa e la voglia di tornare in Patria; ma questo film TV non sembra aver aggiunto molte emozioni rispetto a quelle già trasmesse dalle immagini di repertorio poste in chiusura. Inserti che già da soli sono in grado di raccontare al mondo la straordinaria impresa di un uomo che fu in grado di conquistare perfino l’ammirazione di Sir Arthur Conan Doyle, in occasione delle olimpiadi di Londra del 1908: secondo lo scrittore la figura di Doriando Petri “non potrà mai essere cancellata dagli archivi dello sport, qualunque possa essere la decisione dei giudici”. 



Ilaria Abate
 

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