Questione di nomi. Come rendere indimenticabile un personaggio

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX 

I latini dicevano “nomen omen”. A volte, in effetti, il destino di una persona è racchiuso nel nome: pensate a Antonio Manganelli, capo della Polizia, sembra quasi uno scherzo. Ma succede di rado. Nel cinema italiano, specie di commedia, il nome dei personaggi invece dovrebbe contare. Perché definisce e connota, satireggia e allude. «Non è mai casuale la scelta dei nomi nei nostri film. Ci si ragiona parecchio, finché non si trova una soluzione che ci garba. Poi è anche un giochino» sorride Francesco Bruni, sceneggiatore storico di Paolo Virzì e regista in proprio con “Scialla!”. Dove il protagonista, il prof demotivato ben reso da Fabrizio Bentivoglio, si chiama Bruno Beltrame: perché è anche scrittore, e in fondo adora le belle trame.

«In generale io e Paolo cerchiamo una corrispondenza geografica, localistica. Anche assonanze col carattere dei personaggi, in chiave di simpatia o antipatia. Ogni tanto riferimenti letterari. Nel primo film che scrissi, “Bonus Malus”, l’assicuratore Claudio Bigagli si chiama Altoviti, come il protagonista di “Le confessioni d’un italiano” di Ippolito Nievo. Il giovane Edoardo Gabbriellini in “Ovosodo” si chiama Mansani, lì pensavamo a “Una relazione” di Carlo Cassola» esemplifica Bruni.

Anche Carlo Verdone elabora con cura nomi e cognomi prima di metterli nero su bianco. Così da sintetizzare carattere, censo e provenienza del personaggio, quasi presentarlo, senza necessariamente sfotterlo. Lavoro duro, di cesello. L’elenco del telefono è uno spunto imprescindibile, certo, ma guai a buttarla sullo scherzo goliardico, anche se nella realtà poi esistono le Carlina Godo e i Felice Mastronzo. 

Prendete il recente “Posti in piedi in Paradiso”. Marco Giallini dà vita a un cialtrone donnaiolo in blazer e buchi sui calzini che di nome fa Domenico Segato. Perfetto. Qualche anno fa uscì “Grande, grosso e… Verdone”: quasi un caso da manuale. Il candido padre boy-scout alle prese col funerale della mamma si chiamava Leo Nuvolone, il perfido professore di storia dell’arte dalla vita sessuale poco commendevole Camillo Cagnato, il burino arricchito in vacanza nel più elegante hotel taorminese Moreno Vecchiarutti, la moglie Enza Sessa, il figlio Steve. Precisi. Come gli inconfondibili “coatti” Ivano e Jessica di “Viaggi di nozze”. 

In quei nomi, sia pure in forma ironica o buffa, si rispecchia l’agire dei personaggi stessi, proprio come avveniva ai tempi d’oro della commedia italiana, quando sceneggiatori del calibro di Age & Scarpelli, Sonego o Maccari vi si dedicavano con scrupolo maniacale. Gli esempi restano nella memoria di tutti. Il Dante Cruciani (Totò) dei “Soliti ignoti”, l’Oreste Jacovacci (Sordi) e il Giovanni Busacca (Gassman) della “Grande Guerra”, il Bruno Cortona (ancora Gassman) e il Roberto Mariani (Trintignant) del “Sorpasso”, il Marino Balestrini (Manfredi) di “Straziami ma di baci saziami”, l’Adelaide Ciafrocchi (Vitti) di “Dramma della gelosia”. Meglio ancora l’epocale “C’eravamo tanto amanti” di Ettore Scola, con il portantino comunista Antonio Cotichella (Manfredi), l’avvocato socialista Gianni Perego (Gassman), il cinefilo nocerino Nicola Palumbo (Satta Flores), la veneta Luciana Zanon (Sandrelli), il palazzinaro tronfio e fascista Romolo Catenacci (Fabrizi). 

Allo scomparso Piero De Bernardi si devono in buona misura i personaggi di “Amici miei” di Monicelli: il Mascetti (Tognazzi), il Melandri (Moschin), il Perozzi (Noiret), il Necchi (Del Prete). Potevano chiamarsi diversamente? Forse sì, eppure quei cognomi hanno aderito così bene ai volti degli attori da trasformarli in eterne maschere italiane.   

Un’attenzione che resiste nel tempo, se è vero che Paolo Virzì, forse l’allievo più ispirato di Scarpelli, ne ha fatto un tratto distintivo. L’eroina precaria di “Tutta la vita davanti” si chiama Marta Cortese, dove il cognome vale sia come aggettivo sia come sinonimo del filosofo Gentile da lei studiato prima di approdare al call-center. Civetterie? Qualche volta. Nel mettere a fuoco l’insegnante furente e frustrato di “Caterina va in città”, ha voluto che Castellitto si chiamasse Jacovoni, variazione del sordiano Jacovacci; e l’ex fascista ripulito in ruoli di governo, interpretato da Claudio Amendola, diventava Germano, quasi sinonimo di Alemanno. In “La prima cosa bella”, ambientato a Livorno, la madre sventata e dolce interpretata da Micaela Ramazzotti è Anna Nigiotti in Michelucci: due tipici cognomi del luogo.

«Dietro la scelta di un cognome ci sono sociologia, ricordi di scuola e immaginazione letteraria» avverte il regista toscano. Un altro suo film, forse il più sfortunato, si intitola addirittura “My name is Tanino”: il mix di America e Sicilia riassume le traversie “on the road” del giovanotto sospeso tra due mondi e due lingue. Mentre in “Ferie d’agosto”, tra i colti/ progressisti Molino e i beceri/ berlusconiani Mazzalupi, alla fine fai quasi il tifo per i secondi: più vitali e complessi, nonostante il minaccioso cognome. 

Poi, certo, a volte la scelta è più corriva. Lino Banfi, in “L’allenatore nel pallone”, non poteva che essere Oronzo Canà, nome che evoca, rime facili a parte, due mister veri: l’italiano Oronzo Pugliese e il brasiliano Jarbas Faustinho Cané. Sullo schermo faceva tutt’uno con la faccia attonita, lo schema di gioco sgangherato e la calata barese del comico.  

Spiega Verdone: «Mi piace mischiare cognomi e nomi veri, di gente che ho incontrato nella mia vita. Penso sempre a chi li “indosserà” sullo schermo». Ma neanche lui poteva immaginare che un suo fan avrebbe chiamato il figlio Chevin, neanche Kevin. Se n’è accorto qualche giorno fa firmando una copia del libro “La casa sopra i portici”.

Michele Anselmi 

 

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