Il mio migliore incubo. Quando anche i colori perdono l`innocenza…

Commedie francesi di importazione | Riflessioni "circolari" sull`arte dei contrasti

“Il bianco non è realmente bianco”, in questa esilarante commedia sentimentale di Anne Fontaine. Così come la fotografia di Hiroshi Sugimoto che ne diviene elemento chiave, anche le relazioni tra i personaggi subiscono stadi di dinamica trasformazione. Eppure tutto ha inizio nell’immobilismo algido di un lussuoso appartamento parigino dall’aspetto museale, la casa di Agathe, cangiante protagonista interpretata da Isabelle Huppert, la cui vita diventa presto un girotondo di scomode improvvisazioni. Tutto si deve all’incontro con Patrick (Benoit Poelvoorde), un uomo dalle basse pretese ma dalle elevate aspirazioni: con la sua sagace volgarità, le appare per la prima volta durante una delle più classiche riunioni tra professori e genitori e le si ripropone faccia a faccia sul pianerrotolo rivelandosi il padre del migliore amico di suo figlio. Da invadente tuttofare – passando per l’artefice dell’abbattimento dei "muri superflui" – quest’uomo sembra piovuto dal cielo proprio per spostare i più rigidi tasselli della sua vita.

Simbolismi e metafore posti in abbondanza qua e là non sono certo necessari meccanismi d’accesso al nucleo del film: la naturalezza che si nasconde dietro gli eccessi è la legge che illumina i percorsi e la macchina da presa si limita a seguirne il flusso. Fin dal principio risulta chiaro agli spettatori che non assisteranno ad una semplice storia d’amore nata al confine tra Francia e Belgio, ma saranno coinvolti nell`indagine indiscreta di stratificati confronti. Tra cultura alta e cultura bassa, tra l’autocontrollo estremo e l’incapacità di resistere alle più rozze forme di godimento immediato, tra umanità raffinata e umanità grezza, tra tanti contrasti costretti a coesistere nello stesso ambiente. E chi dice allora, che non si celano vivaci colori sotto il nulla del monotono bianco sulla facciata di Agathe? A rendere il quadro più grottesco è il fatto che il "migliore incubo" di Agathe viene accolto in primis proprio da suo marito Francois, perbenista ma democratico: è André Dussolier, attore carico di potenziale comico, nel ruolo di un editore ironico che utilizza la parola come forma di difesa. Anche per lui, Patrick non è altro che un catalizzatore di tendenze segrete… Ma cosa lega davvero Patrick e Agathe, a parte il fatto di aver messo al mondo due ragazzini completamente diversi dalle aspettative? In apparenza niente, eppure quando sono insieme molteplici sfumature di identità riescono a coincidere in armonici equilibri.

Scaturito da un aneddoto personale della vita della regista, il “pretesto” del film consiste nel desiderio di illustrare cosa può accadere quando due famiglie completamente diverse entrano in contatto tramite i figli. Se in verità l`infanzia altera le percezioni e azzera i pregiudizi, qui è l`età adulta che si sente tremare la terra sotto i piedi, mentre i piccoli Adrien (Donatien Sunier) e Tony (Corentin Devroey) riescono a non perdere mai la bussola nonostante tutto. Anne Fontaine, in collaborazione con lo sceneggiatore Nicolas Mercier, ha evidentemente plasmato la commedia sullo stile di Benoit Poelvoorde, la cui impronta era già stata sperimentata nel precedente “Entre ses mains” (2005) e nel più recente “Coco avant Chanel – L’amore prima del mito” (2009), ma da parte della regista risulta forse ancor più strategica la scelta della figura femminile.

Isabelle Huppert, infatti, aveva già vestito i panni di una donna repressa ne “La Pianista” di Haneke, sebbene “Il mio migliore incubo” rifletta più sulla “frigidità emotiva” che non su quella fisica; inoltre il suo volto emana tutta l’ambiguità necessaria al ruolo: molto si deve all’espressività di un’attrice che lavora senza la minima paura di apparire sgradevole. Dialogo crudo, ritmo frenetico e buona dose di verità fanno del film un piccolo quadretto di autenticità mascherata, specialmente nelle scene che svelano una galleria di borghesi anticonformisti alle prese con i dubbi sull’essere e l’apparire. Perfettamente riuscita risulta in questa prospettiva la figura incarnata dalla giovane Julie, alter-ego di Agathe che combina sapientemente l’apparente dolcezza al fervore etnico ma che non tarda a rivelarsi ben diversa da ciò che sembra. E che fine fa la nuova coppia di "genitori per caso"? Tutto sembra chiudersi a cerchio fin troppo facilmente: Agathe e Patrick continueranno pure a darsi del lei per tutto il resto del film, ma a un certo punto proveranno ad ammettere che sentirsi “complementari” non è affatto una questione puramente estetica.

Ilaria Abate

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