Romanzo di una strage. Piazza Fontana secondo Giordana

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Con tutto il rispetto dovuto a Mario Calabresi e alla sua famiglia, colpiti negli affetti più cari e vittime di una menzogna alimentata per anni a sinistra, non si può dire che “Romanzo di una strage” metta tra parentesi l’infame campagna stampa piovuta sul commissario Luigi Calabresi dopo l’oscura morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli. Nel suo film sulla strage di Piazza Fontana, che esce oggi in 250 copie targato Cattleya-Raicinema, Marco Tullio Giordana mostra gli indegni titoli del quotidiano “Lotta Continua”, le telefonate minatorie, le bugie messe in giro dai servizi segreti sui presunti rapporti del poliziotto con la Cia, evoca il famoso appello contro Calabresi sottoscritto da intellettuali engagé quali Furio Colombo, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Paolo Mieli, quantunque non citati. E tutta l’ultima parte del film prepara l’uccisione del poliziotto, ad opera di un commando di Lotta Continua, il 17 maggio 1972, dopo il saluto mattutino alla moglie Gemma, mentre dalla radio escono le note struggenti di “Rain and Tears”. Nel confronto quasi vengono i brividi a riascoltare la strofa cruciale della ballata “popolare” di Pino Masi allora molto in voga: «Calabresi con Guida il fascista / si ricordi che gli anni son lunghi / Prima o poi qualche cosa succede / Che il Pinelli farà ricordar». 

“Romanzo di una strage” prende il titolo dal Pasolini di un vibrante j’accuse sul “Corriere” del novembre 1974, laddove si leggeva: «Io so, ma non ho le prove». Invece il film di Giordana precisa, a partire dal manifesto, che nel caso di Piazza Fontana «la verità esiste», insomma le prove ci sono, anche se, dopo 43 anni di inchieste, insabbiamenti e processi, non c’è una sentenza che indichi un colpevole. Anche i principali imputati, i fascisti Freda e Ventura, non più perseguibili.  

Sposando alcune tesi contenute nel libro-inchiesta “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli, il regista compone con gli sceneggiatori Rulli e Petraglia un complesso mosaico che raccoglie, per capitoli, le troppe versioni e le troppe bugie in merito alla prima “strage di Stato”. Lavoro da far tremare le vene e i polsi, perché il materiale a disposizione è enorme, e al tempo stesso un film che voglia dirsi tale – quindi colpire, emozionare, denunciare – deve fare i conti con le leggi dello spettacolo nell’intrecciare sprazzi di verità, documenti processuali, rielaborazioni induttive. Giordana ha già fatto qualcosa di simile con “Pasolini. Un delitto italiano”, ma “Romanzo di una strage” è più maturo e avvincente, anche malinconico e senile, pronto a sbriciolare pregiudizi ideologici, a tratti quasi scespiriano: perché i 130 minuti lasciano nello spettatore un senso di fertile disagio, un insinuante magone sulla natura umana, l’idea che quasi tutti abbiano mentito sulla genesi di quella maledetta bomba. 

Si parte da Padova, nel 1969, col fascista Franco Freda che ordina in un negozio una cinquantina di timer tedeschi per lavatrice; si finisce a Milano nel 1972, appunto con il corpo esanime di Calabresi disteso sul selciato. In mezzo, ricostruita con toni incalzanti, precisi accenti dialettali, accurate ambientazioni e musica ridotta al minimo, l’inchiesta sulla bomba scoppiata alle 16.37 di quel terribile venerdì 12 dicembre 1969.

La forza espressiva del film sta nel lasciare fuori campo tutti gli eventi luttuosi, s’intende non per addolcire il punto di vista, ma proprio per concentrarsi sulle forzature, le trappole, le deviazioni istituzionali. Vale per lo scoppio dell’ordigno ripreso da fuori la Banca dell’Agricoltura, per la tragica e mai spiegata caduta dell’anarchico Pinelli dal quarto piano della Questura dopo tre giorni di fermo, per il vile agguato al commissario Calabresi. Due uomini diversi, agli antipodi per vita e scelte politiche, ma non nemici. Pierfrancesco Favino con pizzetto e Valerio Mastandrea con parrucchino restituiscono con misurata adesione i caratteri umani e fisici dei due quarantenni, che pure si conoscevano, tanto da regalarsi libri a vicenda e scherzare sui ripetuti controlli polizieschi. Stritolati entrambi, in modi e tempi diversi, dalla cervellotica opera di depistaggio messa in atto da pezzi dello Stato, anche ad altissimo livello.      

«Noi infiltriamo destra e sinistra, come il coltello nel burro» ammette a un certo punto il potente prefetto D’Amato, che sembra sapere molte cose sulla “coloritura” politica dell’atto terroristico maturato nel clima movimentista dell’autunno caldo sindacale e delle manifestazioni studentesche. Chi mise materialmente la bomba e perché? Probabilmente l’ex legionario fascista sedicente anarchico Antonino Sottosanti, pedina di un complotto volto a creare il clima favorevole alla svolta autoritaria. Sempre che la bomba sia stata una, e non due, la seconda delle quali, destinata a far scoppiare la prima, più devastante e al tritolo.

Dice Giordana: «È un film rivolto ai ragazzi, a chi non sa nulla e a chi non conosce i fatti. Un capitolo doveroso, rimosso della storia del nostro Paese». C’è da augurarsi che “Romanzo di una strage” accenda davvero la curiosità di quel pubblico, di solito restio a misurarsi con un cinema non di commedia o di azione. A occhio non sarà facile, per un giovane spettatore, destreggiarsi tra quei tanti personaggi realmente esistiti: il presidente Saragat, il premier Rumor, il golpista Borghese, l’anarchico Valpreda, i giudici Paolillo e Stiz, il guevarista Feltrinelli, l’ambiguo Giannettini, il fascista Delle Chiaie, il questore Guida eccetera. Su tutti giganteggia l’Aldo Moro interpretato da Fabrizio Gifuni: mesto, saggio, tormentato, consapevole che una parte dello Stato ha cospirato, sicuro che «copriremo tutto, come i gatti con gli escrementi».          

Michele Anselmi

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