Sergio Leone/Kim Jee-woon: un duello a lungo atteso

Il buono il matto il cattivo | (Troppo) libera variazione sul tema di Sergio Leone

Correva l’anno 1966 quando Sergio Leone consegnò alla celluloide uno dei suoi capolavori: Il buono, il brutto e il cattivo. E sono dovuti passare più di 40 anni perché qualcuno nel mondo del cinema internazionale avesse un sentito slancio d’omaggiarlo. Il capitano coraggioso di turno sventola bandiera coreana: è Kim Jee-woon, il regista di I saw the devil. La stima è d’obbligo solo per l’essersi avventurato in un territorio così delicato. Ma Il buono il matto il cattivo perde presto la strada maestra e scioglie troppo celermente la briglia dell’omaggio “libertino”. Infatti ci troviamo di fronte ad una troppo libera variazione sul tema di Sergio Leone.
 
Il principale appiglio/punto di contatto con l’originario spaghetti western è la trama: un trio di sparalesti alle prese con una mappa e un tesoro da trovare. Sullo sfondo una guerra di secessione. Non più americana, bensì coreana/manciuriana. Non più negli anni Sessanta dell’800, ma nei Trenta del ‘900. Un cambio di location e un salto nel tempo che incuriosiscono. Fin qui tutto sembra piuttosto fedele. E lo è. Ma lo è solo questo, purtroppo. Perché Kim Jee-woon si fa prendere da una strana forma di ansia da prestazione e desiderio di onnipotenza, consegnandoci un western mai visto prima, assolutamente (troppo) personale, tanto da alterare il finale e alcuni imprescindibili must del grande maestro di Per un pugno di dollari.


Molteplici le peculiarità del film del ’66 che scompaiono nell’opera degli anni Duemila: all’inizio i personaggi non ci vengono presentati col nome impresso sul fermo-immagine (come forse avrebbe fatto Tarantino!); il brutto (che diventa il matto) non ha né il luccicante dente d’argento visibile a miglia di distanza né, dopo un po’, la benda sull’occhio; il buono è privo del tipico sigaro in bocca e non possiede alcuna fattezza fisica che lo possa condurre ad essere soprannominato “il biondo”, come accadeva per il tenebroso ed enigmatico Clint Eastwood; i ricorrenti spari ai cappelli (che si traducevano in accartocciati copricapo volanti) si riducono al minimo, concentrandosi in due o tre nella sequenza della sparatoria in circolo, anzi in triangolo (da molti chiamata triello). Che dire del finale: l’arrembaggio di massa con camionette, sidecar, cavalli imbizzariti, motociclette e altri mezzi a motore non solo è eccessivamente lungo, ma stucca fino alla sazietà e ad una richiesta di pietà da parte dei nostri stremati limiti di sopportazione. Se a questo aggiungiamo che non c’è il cimitero con le sacche di dollari, ma solo una distesa desertica con un fiotto di petrolio dal gusto post-moderno e “moraleggiante” sull’economia e il nuovo oro di oggi, la delusione è più che servita.
 
 
Di Sergio Leone mancano inoltre i ricorrenti e amabili primissimi piani sugli occhi dei protagonisti, così come quella geometria di movimenti di macchina che accompagnavano il nostro occhio con dolcezza e tensione. Kim Jee-woon invece strattona le nostre pupille con movimenti di macchina estremi, roboanti, funambolici. Senza dubbio divertenti, ma a lungo andare fuoriluogo. Con questo è sacrosanto “santificare” la libertà creativa del regista coreano, ma, calata in un contesto di omaggio, stona. 
 
Incarna questa sorta di “canzonatura”, più che atto di riverenza, la creazione del personaggio del matto. Una libertà di sceneggiatura che però, a differenza delle altre pecche già citate, è apprezzabile. E questo soprattutto grazie alla straordinaria prova di Song Kang-ho, sempre più poliedrico e completo, burattino di se stesso, autoironico e beffardo. E’ il “carattere” in un west di “tipi” fossilizzatisi nel tempo. E’ il nuovo in una tradizione alterata da Jee-woon. E, in quest’ottica di assoluta diversità, è una performance che convince perchè si smarca da quella ingombrante e memorabile di Eli Wallach del ’66. In merito agli altri due personaggi principali c’è da dire che i loro volti, così come la loro “lettura del personaggio”, lasciano in bocca un’acquolina non soddisfatta né sedata. Jung Woo-sung non ha lo sguardo magnetico e sfregiato dal sole di Clint Eastwood. Inoltre la sua faccetta anonima da pischello col cuore tenero non si addice ad un cacciatore di taglie. Lee Byung-heon, nei panni del cattivo, si salva in corner, pur non possedendo il fascino da spietato di Lee Van Cleef.
 
 
Per quanto riguarda le musiche, le arie di Ennio Morricone vengono vagamente imitate, ma il confronto è così arduo da suscitare spavento e costringere ad una “fuga in ritirata”, nella corsa all’oro finale, con l’accompagnamento della ritmatissima e ballabile Don’t Let Me Be Misunderstood dei Santa Esmeralda.


Insomma, Il buono il matto il cattivo è un action western acrobatico e fracassone che si limita al minimo indispensabile per omaggiare Sergio Leone, è una “koreanata” che non accetta di tenere giù la testa con umiltà e rispetto di fronte alla tradizione. Citando quindi l’opera del 1968 di Leone, è proprio il caso di dire, con fare malinconico e nonnesco, c’era una volta il West.
 
Tommaso Tronconi
 

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