Ciliegine. Gusto francese e piglio italiano per l`esordio alla regia di Laura Morante

Dev’essere una tentazione irresistibile. Al di qua è al di là dell’oceano, arriva un momento in cui tante brave attrici decidono di fare il salto e debuttare alla regia. Per mettersi alla prova, per il piacere di dirigere se stesse, per desiderio di libertà, chissà… Proprio ieri, a Tijuana, Messico, Valeria Golino ha dato il primo ciak a “Vi perdono”, suo esordio alla regia, con Jasmine Trinca e Carlo Cecchi. Oggi esce in Italia “Ciliegine” di Laura Morante, commedia sentimentale sulla guerra dei sessi in salsa parigina.

A giugno arriva, dopo l’anteprima a Venezia 2011, “W.E.” di Madonna, tormentata storia d’amore tra Wallis Simpson ed Edordo VII, mentre non ha ancora trovato un distributore italiano “Nella terra del sangue e del miele” di Angelina Jolie, ambientato in Bosnia durante la guerra civile. Ma si potrebbero ricordare anche la francese Maïwenn Le Besco di “Polisse”, l’americana Sofia Coppola di “Lost in Translation” e Somewhere”, pure l’italiana Stefania Sandrelli di “Christine-Cristina”.

Una cosa è certa: passare alla regia, per un’attrice, non è quasi mai facile. Ne sa qualcosa Laura Morante, che ha impiegato sette anni, tra ritardi, false partenze, riscritture, produttori francesi insolventi e svariati «no grazie», per girare “Ciliegine”. «E pensare che è una commedia romantica, mica “Ben Hur» sorride l’attrice musa di Nanni Moretti, ricordando le disavventure affrontate. «Mi sono cominciata a preoccupare a mano a mano che si sommavano i ruoli». Quattro per l’esattezza. Prima sceneggiatrice, poi regista, più tardi protagonista, infine coproduttrice per non perdere il contributo ministeriale di 450 mila euro a un passo dalla scadenza.

Ma ne è valsa la pena. Rispetto a certe commediole nostrane, “Ciliegine” respira un’aria internazionale, maneggia con vivacità i cliché borghesi, ironizza con garbo sulla psicoanalisi, introduce un farsesco elemento gay da gioco degli equivoci e si tiene in bilico tra gusto francese e piglio italiano. «È una specie di parodia affettuosa della commedia sentimentale, ma senza umorismo distaccato, lasciando un certo palpito, nella speranza di far sopravvivere una piccola porzione di romanticismo, quantomeno una certa nostalgia per le illusioni romantiche» spiega l’attrice-regista 55enne. E aggiunge: «Il tono del racconto, dunque, non è propriamente ironico, non cerca riparo dietro la distanza critica e un po’ fredda che l’ironia suppone».

In effetti è così. Tra citazioni da Freud e Conrad, blues di Hank Williams e riferimenti a “La Bella e la Bestia”, il film, nelle intenzione di Morante, è soprattutto un omaggio ai “Peanuts” di Schulz. «La mia Amanda è un po’ Lucy. Adoro i personaggi ritenuti generalmente insopportabili» celia la neo-regista.

Accusata di essere “androfoba”, la bella e scontrosa Amanda ha appena lasciato il fidanzato “colpevole” di aver inghiottito la ciliegina sulla torta di compleanno mentre lei era piegata. Nella vita valuta romanzi per ragazzi, detesta il sushi e le bevande gassate, vuole smettere di fumare e coltiva da vent’anni l’amicizia con la premurosa Florance, incarnata da Isabelle Carré. Finché, a una noiosa cena di Capodanno, non incontra Antoine, ovvero Pascal Elbé, che gli appare timido, gentile, sincero, sensibile. Addirittura lo scambia per gay, a riprova che solo gli omosessuali sarebbero in grado di capire le donne. Invece l’uomo, alle prese con un divorzio, sta curando le proprie ferite vivendo in un residence. I due si piacciono, ma nessuno fa il primo passo, e freudianamente è meglio così: solo innamorandosi di lui a poco a poco, lei riuscirà a tenere sotto controllo il suo furore nei confronti dei maschi. Lieto fine con sorpresa.

Laura Morante, alla ricerca di uno spunto accattivante, s’è disegnata addosso il ruolo di Amanda, e in effetti il personaggio parla, si comporta, sfugge, sbuffa e si veste come lei, perlomeno come abbiamo imparato a conoscerla al cinema. Lei, sulle prime, nega la cifra autobiografica, poi ammette di aver pescato un po’ dentro se stessa e negli ambienti che le sono cari. Non per niente ben tre uomini della sua vita partecipano in varia misura al film: il marito ingegnere Francesco Giammatteo, in veste di coproduttore; il padre della sua primogenita, Daniele Costantini, come co-sceneggiatore e consulente alla regia; il padre della sua seconda figlia, Georges Claisse, nel ruolo dello psicoanalista pasticcione. «Io tendo a conservare i rapporti con gli uomini. Non li butto via. Tutti e tre sono persone di valore, era importante averli vicini. Sul set sono stati indulgenti e incoraggianti».

Adesso bisognerà vedere come reagirà il pubblico vero, pagante, non quello, tutto vip, attori e cineasti, che ha affollato l’anteprima di mercoledì sera. Battuta del film da tenere a mente: «Se il ramo che siamo riusciti ad afferrare è marcio, non è la forza con la quale ci teniamo aggrappati che gli impedirà di rompersi». Meditate, gente.

Michele Anselmi 

(pubblicato su Il Secolo XIX)

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