Una distribuzione più democratica per il cinema d’autore

Il punto di vista di Pietro Valsecchi | Pubblicato su L’Espresso

La mia riflessione sul futuro del cinema, in particolare del cinema d’autore, parte da uno stimolo recente ma in realtà è il frutto di un’elaborazione che sto portando avanti da tempo. Il caso recente è quello dell’ultimo, straordinario film dei fratelli Taviani, due vecchi leoni del nostro cinema, che dopo anni hanno conquistato Berlino. È stato distribuito in 40 sale in Italia, a Roma in tre. Lo ricorderemo come flop o grande film? Se la distribuzione rimane questa dobbiamo preoccuparci, se invece ripensiamo alla filiera distributiva abbiamo davanti molte possibilità anche per il cinema d’autore.

Partiamo da un punto fermo: anche il film d’autore può essere popolare e generare ricavi, ma se non diamo la possibilità a tutti di vederlo, non solo non avremo dato al film il giusto risalto che merita, ma non abbiamo nemmeno creato le condizioni economiche per permettere ai produttori di reinvestire in ulteriori opere. Di qui la crisi sempre più grave.

Ecco la nostra proposta: facciamo diventare la sala una vetrina di prestigio in cui collocare il prodotto, ma contemporaneamente diamo una possibilità di visione alternativa alla sala a tutte le persone, che per mille motivi non hanno la possibilità di vedere il film al cinema (e ricordiamo che l’Italia è un paese fatto di piccoli centri, dove vive la maggioranza della popolazione, città e paesi che non hanno più sale).

La soluzione è semplice: rendiamo disponibile il film in contemporanea con l’uscita nelle sale anche nelle pay tv e su internet in siti protetti e a pagamento. In Italia esiste, ne siamo certi, una platea numericamente rilevante di persone colte o comunque interessate al cinema d’autore; ma questi spettatori sono sparsi per la penisola, e dobbiamo dare loro la possibilità di vedere il film d’autore mentre i riflettori mediatici della promozione sono accesi. Se al lunedì mattina gli autori e i produttori potessero leggere, a fianco del rendiconto del box office, i dati degli acquisti attraverso pay tv e internet del loro film, siamo certi che per molte opere importanti come quella dei Taviani, il giudizio passerebbe da flop a successo. E verrebbero reimmessi nel circuito capitali preziosi da reinvestire.

Ribaltiamo quindi McLuhan: il mezzo NON è il messaggio. Nel mondo ipertecnologico di oggi, il messaggio, il film d’autore, non coincide con la sala: il film deve andare a trovare gli spettatori a casa loro o dove preferiscono. Per i più giovani, i nativi digitali, è già naturale percepire i media come opportunità diverse per fruire di ciò che più li attira; l’idea di un ecosistema multipiattaforma è già “forma mentis” consolidata. Perciò non facciamo battaglie di retroguardia sul valore della sala cinematografica. Non vogliamo abbandonare le sale ma farle diventare la vetrina scintillante che alimenta l’immaginario collettivo rispetto al cinema; ma insieme rendiamo la vita semplice a tutti, e non sono pochi, coloro che vogliono vedere un film nel momento stesso in cui viene lanciato e diventa tema di rilevanza sociale e non a distanza di mesi quando ormai ha perso l’immediatezza dell’evento.

In questo modo, il ritorno economico dell’investimento del produttore viene potenziato dalla diffusione contemporanea a pagamento su tutte le piattaforme. E in particolare questo discorso lo facciamo pensando ai giovani: se non facciamo scoprire anche ai giovani il cinema d’autore, i nostri ragazzi non avranno la possibilità di conoscere e formarsi una sensibilità esteticamente e culturalmente all’altezza, e quindi non avranno la possibilità di diventare loro stessi autori del cinema del futuro. Ma se vogliamo entrare in dialogo con i giovani, dobbiamo farlo attraverso tutte le modalità tecnologiche con cui loro sono abituati ad interagire.

Il cinema non può e non deve morire di se stesso, chiuso orgogliosamente nel suo passato. Noi diciamo viva il cinema, ovunque lo possiamo vedere e discutere: anche questa è democrazia.

Pietro Valsecchi

(pubblicato su L’Espresso)

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