Woody in minore per la trasferta romana

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Sarà pure un «genio», come grida una giornalista entusiasta che vorrebbe farlo parlare ancora di Berlusconi e bunga bunga, ma Woody Allen stavolta non compie il miracolo. Del resto, girare un film all’anno è una faticaccia, benché l’interessato confessi candidamente come il set perenne sia una sorta di terapia, peraltro ben pagata: «Una grande distrazione rispetto ai problemi seri della vita che non saprei come risolvere». Allora accontentiamoci di un film-sì e un film-no, già una buona media per un regista nato nel 1935 e prolifico come pochi. Basterebbe dare uno sguardo alla sua filmografia recente. “Midnight in Paris”, Oscar per la migliore sceneggiatura e ottimo risultato di botteghino anche in patria, è stato universalmente considerato un gioiellino di stile e fantasia, a differenze del senile “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”; così come lo spiritoso “Basta che funzioni” segnò un punto a favore rispetto al turistico “Vicky Cristina Barcelona”.

Vedrete che “To Rome With Love”, già “Bop Decameron” e “Nero Fiddled”, sarà comunque un successo. Medusa, che l’ha coprodotto e lo distribuisce, ci punta molto, non fosse altro perché è costato 17 milioni di dollari. Lo fa uscire il 20 aprile in 600 copie, confidando sullo speciale rapporto che s’è creato nel tempo tra il pubblico italiano e il regista statunitense. L’accoppiata con Roberto Benigni, promosso coprotagonista sul manifesto, dovrebbe fare il resto sul piano del richiamo popolare.

Tuttavia era lecito attendersi qualcosa di più fresco e ispirato dall’autore di “Crimini e misfatti”. La parata di star suona qui come un escamotage per supplire a una certa pigrizia creativa. Poi, d’accordo, non capita tutti i giorni che Allen giri nella capitale; per questo, la scorsa estate, fu portato in giro come una Madonna pellegrina, tra cene, feste, inaugurazioni, sempre ripreso dai “paparazzi”, conteso dai politici di centrodestra e centrosinistra. Come il marziano a Roma di Ennio Flaiano, salvo stufare subito per overdose presenzialista. Naturalmente Woody fa simpatia quando confessa, dribblando le insidie, di non aver «voluto parlare di politica, cultura, temi sociali, ho fatto solo una commedia di intrattenimento ambientata nella vostra magnifica città, mettendoci dentro impressioni del tutto personali».

Un americano a Roma, appunto. Infatti si ritaglia il ruolo di un regista newyorkese di opere liriche, ormai in pensione e molto psicoanalizzato, volato con la moglie nella Città Eterna per conoscere il fidanzato italiano della figlia e relativa famiglia. Qui scoprirà che il futuro consuocero, titolare di un’agenzia di pompe funebri, canta come Pavarotti, ma solo sotto la doccia, sicché gli verrà l’idea di allestire un’edizione alquanto bizzarra dei “Pagliacci”. Peccato che il tenore genovese Fabio Armiliato, pur addestratosi a recitare, conservi la propria voce solo quando si esibisce nei potenti do di petto.

Già, la lingua. Girato in inglese e italiano, il film non trae vantaggio dal doppiaggio insistito, un po’ tirato via, che annulla il gioco degli idiomi. Risultato: i cronisti di “Variety”, del “New York Times” e della Reuter non sono stati ammessi alla proiezione stampa, il che ha provocato qualche legittima insofferenza tra i colleghi stranieri. Detto questo, Leo Gullotta fa onestamente il verso allo scomparso Oreste Lionello nel riprodurre l’eloquio di Allen, specie nei duetti brillanti con la moglie Judy Davis. Per la serie: «Cara, se sei in contatto con Freud, fatti ridare i miei soldi».

Purtroppo il film marcia a scartamento ridotto, non è tanto l’uso di stereotipi italici e tormentoni musicali (“Volare” all’inizio e alla fine) a rendere fiacco l’imbastito, e neanche gli inutili riferimenti “felliniani”, forse “Lo sceicco bianco”, quanto l’intima fragilità drammaturgica dei quattro episodi. Di quello con Allen s’è detto. Benigni fa un padre di famiglia noioso e insipido che si ritrova di colpo “famoso”, inseguito da telecamere e giornalisti scemi, invitato dovunque, senza sapere perché, e alla fine forse un po’ ci prende gusto. Penélope Cruz è una escort in microgonna gettonata dai potenti che entra per errore nella vita di due teneri sposini di Pordenone, Alessandro Tiberi e Alessandra Mastronardi, finendo col rendere più caliente il loro ménage erotico. Il famoso architetto americano Alec Baldwin osserva, quasi fosse una proiezione mentale autobiografica, lo sbocciare di un amore buffo tra il giovane collega infedele Jesse Eisenberg e la civettuola attrice Ellen Page che un po’ si atteggia a signorina Giulia di Strindberg.

Il ricco contorno di attori nostrani, da Antonio Albanese a Riccardo Scamarcio passando per Ornella Muti e Vinicio Marchioni, irrobustisce l’effetto “all star”, e certo Allen deve essersi divertito a moltiplicare le comparsate componendo questo “taccuino romano”, molto product placement, riscaldato dalla fotografia arancione di Darius Khondji e trapunto di ironie su un certo intellettualismo orecchiato. Nondimeno si esce dal film insoddisfatti, sfiorati da una sorta di malinconia, non proprio quella esistenziale di Melpomene citata più volte nei dialoghi.

Michele Anselmi

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