Sandrine nella pioggia. Eros o non eros?

Misteriosa, enigmatica, intrigante e silenziosa: è la storia d’amore – ma poi non solo e non tanto d’amore – tra Sandrine, una giovane donna strana, e Leonardo, un poliziotto di provincia passato dalla volante al lavoro d’ufficio. E’ l’incontro casuale tra due persone, diverse e distanti tra loro, sfociato in una passione ed attrazione sessuale, scaturita da un lutto e da un senso di colpa.

Un noir passionale, come lo ha definito il regista Tonino Zangardi, che un uomo e una donna cercano di razionalizzare e che si conclude con la vittoria finale della donna. Un racconto filmico sui rapporti d’amore, a tratti delicato, a tratti arzigogolato, a tratti poetico, che incastra e incasella altri rapporti d’amore, travagliati, complicati, passionali e silenziosi.

Zangardi affida ad un cast, maturo e convincente, e ad una fotografia, futurista ed opaca, il “racconto del mistero che c’è in ogni incontro importante della nostra vita” e lo ambienta nella città di Mantova, in omaggio a Michelangelo Antonioni, del quale si è dichiarato un grande estimatore, e alla stessa città, poco vista al cinema, ma location funzionale e ideale, da un punto di vista urbanistico, a raccontare i contrasti della storia.

Con una maggiore cura dei dialoghi Sandrine nella pioggia avrebbe potuto essere un film tout court poetico in stile Antonioni. Lo è invece solo in alcune scene affidate ai camei di Monica Guerritore e Alessandro Haber, che compaiono come figure difficili e silenziose facendo emergere il loro mondo interiore, e ai silenzi di Sandrine e Leonardo, protagonisti di uno splendido finale, mentre corrono, quasi disperati, sotto una pioggia battente e scrosciante: questo sì poetico.

Alessandra Alfonsi

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