Amelio/Camus, ecco un film da recuperare

Non è facile scrivere un commento all’altezza di un film raro e intenso come “Il primo uomo” di Gianni Amelio, ogni parola rischia di risultare banale e inadeguata rispetto alle sensazioni forti scaturite dalla visione dell’ultima fatica di uno dei nostri grandi maestri. Per il suo nuovo lungometraggio cinematografico il regista calabrese sceglie di portare sullo schermo un romanzo incompiuto di Albert Camus. Il filosofo, saggista, scrittore e drammaturgo franco-algerino, morto il 4 gennaio 1960 in seguito ad un tragico incidente d’auto, non era riuscito a completare quel romanzo fortemente autobiografico, e poi dato alle stampe solo nel 1994, dopo una certosina ricerca filologica da parte della figlia.

Lo scrittore Jean Cormery, alter-ego di Camus, nel 1957 fa ritorno nel suo paese d’origine, l’Algeria, martoriata dalla guerra che oppone il Fronte di Liberazione Nazionale all’esercito francese. Una volta riabbracciata la madre, sempre tenera e affettuosa nei suoi confronti, rievoca alcuni momenti importanti della sua infanzia, caratterizzata da un’estrema povertà, dalla presenza di una severa nonna-padrona, dall’assenza del padre scomparso durante la Prima Guerra Mondiale e dalla decisiva e fondamentale influenza del maestro nel suo percorso formativo.

Tante le analogie tra l’infanzia di Camus e quella di Amelio (la povertà, il padre assente, la nonna e la mamma come presenze quotidiane), che anche per queste ragioni ha fortemente voluto realizzare l’adattamento del romanzo, penando non poco per convincere la figlia dello scrittore inizialmente restia a concederne i diritti. Nella calda e assolata Algeria del primo dopoguerra dell’infanzia di Cormery-Camus, fotografata in tutto il suo splendore da Yves Cape, il regista italiano ritrova la sua Calabria del secondo dopoguerra. Amelio, autore anche della sceneggiatura, gira con la semplicità e la classicità proprie dei grandi cineasti, dimostrando al contempo gran classe e raffinatezza nel farci commuovere nonostante l’asciuttezza e la compattezza dello stile.

Un bambino è il germoglio dell’uomo che diventerà”, frase significativa e centrale dell’ultimo romanzo di Camus che il maestro – interpretato da Denis Podalydès e doppiato nella versione italiana da Sergio Rubini – era solito ripetere in classe ai suoi scolari. Il primo uomo appunto, lo si può intravedere e percepire già nel bambino, tema caro ad Amelio.
Semplicemente straordinaria Catherine Sola nel ruolo della madre anziana. Sua una delle frasi più belle del film; al figlio che la esorta a lasciare l’Algeria sconvolta dai tumulti, risponde che: “la Francia è bella ma non ci sono gli Arabi”. In questa affermazione c’è tutto l’idealismo di Camus, convinto della possibilità di una convivenza pacifica tra algerini arabi e francesi. Bravissimo Nino Jouglet, al suo debutto sul grande schermo, nel ruolo dello scrittore da bambino, intensa Maya Sansa nei panni della madre da giovane.

Girato nel Nordafrica e coprodotto da Algeria, Francia e Italia, il film di Amelio, assurdamente escluso all’ultimo momento da Venezia 2011, è stato presentato all’ultimo Toronto Film Festival dove ha vinto il premio della critica internazionale (FIPRESCI). Uscito nelle nostre sale in un numero risibile di copie, non sta ricevendo l’attenzione che un’opera di questa portata, tra le migliori del cineasta calabrese, meriterebbe. Fino a qualche anno fa le pellicole del cineasta suscitavano ben altro interesse da noi: segno chiaro dei tempi poco incoraggianti che stiamo vivendo e che si ripercuotono in maniera drammatica nella vita culturale del nostro paese. Insomma, un film da recuperare al più presto in sala.

Boris Schumacher

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