Von Trier Sex. Scandalo annunciato per Nymphomaniac

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Per la serie “famolo strano”, l’impavida e sempre imbronciata Charlotte Gainsbourg, figlia di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, coppia in voga negli anni Settanta con l’orgasmatica canzone “Je t’aime, moi non plus”, girerà scene di sesso non simulato nel nuovo film di Lars von Trier. Esplicito il titolo: “Nymphomaniac”. Sarà vero? Il regista danese e il socio-produttore Peter Aalbek Jensen promettono che verranno girate due versioni, una soft per le sale e una hard per gli appassionati del genere. E già la cosa puzza. «Voglio esplorare l’eros femminile dalla nascita fino ai 50 anni in un racconto scandito in otto capitoli. E lo farò senza tabù di sorta. Sarà un po’ buffo, un po’ poetico, un po’ filosofico» avverte il regista di “Le onde del destino”, alla sua terza esperienza con la 41enne attrice francese. Sarà una “ninfomane”, dedita alla spasmodica ricerca del piacere sessuale, che rievoca la propria vita a un anziano professore che l’ha raccolta brutalmente picchiata.

Diciamolo: forte è l’odore di trovata pubblicitaria, anche perché al danese piace sempre far parlare di sé tra una bevuta di troppo, una scemenza su Hitler e una tirata antisemita. Primo ciak a luglio dalle parti della Westfalia, e vedrete che qualche festival, puntando sullo scandalo annunciato, lo prenderà in concorso. S’intende nella versione hard, sennò che gusto c’è. Tuttavia c’è chi ricorda che per le sequenze più toste di “Antichrist” la stessa Gainsbourg finì col farsi “doppiare” da una controfigura. Per non dire di “Idioti”, sempre di von Trier: nella mitica scena dell’”ammucchiata”, mutilata nella versione italiana, alla fine per filmare una penetrazione fu ingaggiato un professionista del porno, nonostante i tentativi del regista di disinibire la situazione girando nudo sul set.

In ogni caso: dov’è la novità? Il cinema d’autore, specie quello non dipendente dalle tv, lo fa da anni, con attrici anche di nome. La pratica è rischiosa, ma nell’infrangere il tabù, spostando più in là i limiti del mostrabile, non necessariamente in chiave di “ingroppata artistica” per dirla con lo scomparso Tullio Kezich, può esserci una motivazione estetico-espressiva fondata, il bisogno creativo di sfondare un certo velo di ipocrisia.

Da questo punto di vista Lars von Trier, ancorché teorico del “Pussy Power”, non scopre nulla. Esempi? Corinne Cléry in “Kleinhoff Hotel” di Carlo Lizzani, Marusckha Détmers in “Il diavolo in corpo” di Marco Bellocchio, Chloë Sevigny in “Brown Bunny” di Vincent Gallo, Caroline Ducey in “Romance” di Catherine Breillat, Kerry Fox in “Intimacy” di Patrice Chéreau, Séverine Caneele in “L’Humanité” di Bruno Dumont, Amira Casar in “Pornocrazia” sempre della Breillat, le nostre Elisabetta Cavallotti e Loredana Cannata rispettivamente in “Guardami” di Davide Ferrario e “La donna lupo” di Aurelio Grimaldi, in parte la giovane Francesca Neri in “Le età di Lulù” di Bigas Luna. Solo per dirne alcune, restando alla voce fellatio e dintorni, tra depilazioni totali e primi piani alla Courbet. Tinto Brass, che pure lanciò Claudia Koll, Serena Grandi, Debora Caprioglio e rilanciò Stefania Sandrelli con “La chiave”, è un discorso a parte: l’elemento voyeuristico/porcellone del suo cinema ha finito col divorare ogni ambizione d’autore, con la scusa risibile del sesso “mozartiano”.

D’autore era certamente, invece, “Lussuria” di Ang Lee del 2007, Leone d’oro a Venezia, famoso per le tre insistite scene hot costruite sui corpi nudi di Tang Wei e Tony Leung. La leggenda vuole che i due l’abbiano fatto davvero, e forse qualcosa induce a pensarlo. Benché il regista abbia sempre risposto: «Non lo direi mai».
E qui nasce la domanda. Un’attrice italiana, anche bella e spregiudicata, accetterebbe di girare sequenze di sesso così forti, sia pure in un contesto artistico? Se ne riparlò per “Caos calmo”, quando il supposto amplesso sfrenato tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari si trasformò in gossip succulento, tra video rubati, foto birichine, interviste smentite. «Ho avuto paura di restare incastrata, come capitò a Maria Schneider per “Ultimo tango a Parigi” esagerò l’attrice. Addirittura si vociferò di sesso vero con l’aiuto di birre e vodka, quasi fosse possibile col pudico Nanni. Infatti era una bufala.

La verità? Oggi in Italia un film vietato ai minori di 18 anni, con scene di sesso realistico, resterebbe ai margini del mercato, destinato a una vita grama, invendibile alle tv, se non dopo tagli micidiali quanto incongrui. Troppo preoccupate di essere riprese nella luce giusta, per nascondere cedimenti e smagliature, le nostre attrici neanche si presterebbero, a dirla tutta. Con un’eccezione. «Se la storia lo richiedesse non mi tirerei indietro» dichiara al “Secolo XIX” Cecilia Dazzi, attrice versatile e spiritosa, dalla fisicità prorompente. «Fa parte del mestiere superare i problemi personali, di pudore o vergogna, per aderire a un ruolo, anche estremo. Il corpo dell’attore non è sacro, si può anche profanare». Brava.

Michele Anselmi

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