The Mill and the Cross – I colori della passione

“… Egli è il Grande Mugnaio del Cielo che macina il pane della vita e del destino…”

“Lavorerò come il ragno che ho visto stamattina costruire la sua tela.

Innanzitutto esso trova un punto di ancoraggio, qui … nel cuore della mia tela.

 Sotto la mola degli eventi, il nostro Salvatore è stato macinato come grano, senza pietà …

… benché Egli sia caduto al centro del mio dipinto, devo nasconderlo alla vista ..

        – Perchè mai vorresti nasconderlo?

      –  Perchè Lui è il più importante.” 

Così ci racconta la voce di Pieter Bruegel il Vecchio interpretato da Rutger Hauer nel film del regista polacco Lech Majewski “The Mill and The Cross”, uscito recentemente nelle sale italiane e il cui titolo è stato impropriamente tradotto nella nostra lingua con “I colori della passione”.

Il film, che ci descrive una delle opere pittoriche dell’artista fiammingo, “La salita al calvario” del 1564, si basa sull’opera letteraria omonima dello scrittore e critico d’arte Michael Francis Gibson; il regista e video-artista Majewski non è nuovo all’analisi di capolavori dell’arte, ricordiamo la realizzazione del 1996 di “Basquiat”, ispirato alla vita dell’artista Jean-Michel Basquiat e nel quale si vede impegnato assieme al regista ed artista Julian Schnabel.

Quindi, nel 2004, “The Garden of Earthly Delights”, con riferimento al trittico di Jeronimus Bosch “Il Giardino delle Delizie”; ha inoltre partecipato come artista a varie esposizioni tra cui la Biennale d’Arte di Venezia e alcune retrospettive fra il Moma di New York, la National Gallery di Washington, l’Art Institute di Chicago.

Si tratta di un film senza dubbi complesso, che innanzitutto emerge rispetto a tutta quella produzione cinematografica che, fino ad oggi, ci ha mostrato e ha analizzato le vite degli artisti raccontandoci esclusivamente la loro opera attraverso fatti e aneddoti storici e strettamente biografici.

Qui, non si parla affatto di chi fosse l’artista Peter Brueghel, e il momento storico, cioè quello della controriforma e dell’occupazione delle Fiandre del XVI secolo da parte degli spagnoli con Filippo II e le conseguenti violenze e guerre che dividono protestanti e cattolici, è menzionato perchè parte integrante dell’opera pittorica in questione.

Ecco quindi che l’episodio della Passione di Gesù narrato nei Vangeli qui si sposta da Gerusalemme alle Fiandre, in una scena brulicante di gruppi di persone del popolo tra cui eretici, mugnai, amanti, cavalieri della Santa Inquisizione, personaggi dei quali il Brueghel/Hauer ci narrerà la vita quotidiana nel suo scorrere tra lavoro di tutti i giorni, mangiare, dormire, ridere, morire … al centro dell’opera dell’artista, tra la folla e l’indifferenza generale, la figura di Cristo che cade durante il trasporto della croce sul Golgota, sulla sinistra la moglie di Simone di Cirene che trattiene il marito nell’accorrere verso Cristo e sulla destra, i due ladroni … è il momento dell’abbandono da parte degli uomini di Gesù.

Il paesaggio, con la presenza del mulino a vento e i vari elementi che presagiscono la morte quali le gazze nere, i teschi di animali, la ruota issata su un palo dove venivano esposti i corpi giustiziati, ha una connotazione strettamente fiamminga.

I personaggi principali del film e quelli ai quali Majewski offre la possibilità di esprimersi attraverso rarissimi e precisi dialoghi, sono l’artista (Brueghel), il collezionista (Niclaes Jonghelinck), la Vergine Maria attraverso il bel volto di Chrlotte Rampling.

Dalla bocca degli altri personaggi sentiamo emettere solo brevi suoni, lamenti, risate fugaci … e così il racconto di Brueghel, della costruzione della sua opera pittorica, prende forma mano a mano, dettaglio su dettaglio, animandosi attraverso fantastici tableaux-vivant le cui atmosfere sono intrise di toni di mistero, grottesco, alchimia, ma la cui fantasia non perde mai di vista il tema ricorrente e reale della debolezza umana.

Qui la Storia è narrata attraverso  le vicende umane e il quotidiano, un po’ come le belle pagine della Nuova Storia della Scuola francese delle Annales di Le Goff, Bloch, Febvre, Duby … ed ecco la figura del mugnaio, quella dell’eretico, i due amanti, la gente del villaggio;

Dimensione UmanaDimensione DivinaNatura: è così che Brueghel riunisce in un’unica opera l’essenza fondamentale del suo universo.

Le citazioni pittoriche sono numerose: i volti femminili rieccheggiano talvolta quelli di Antonello da Messina, le luci improvvise che emergono dal buio, le atmosfere caravaggesche, le scene di interni con i paesaggi fiamminghi che si intravedono dalle finestre ci riportano agli ambienti familiari di un Vermeer … l’operazione del regista polacco è quella già comprovata da registi quali Luchino Visconti nel suo  “Il Gattopardo” del 1963 con rimandi alla pittura dei Macchiaioli o “Senso” del 1954 dove veniva citato “Il Bacio” di Hayez; nello stesso periodo Pier Paolo Pasolini, che con “La ricotta” del 1963 ci invita a riflettere su Mantegna. E ancora, il regista Jean-Luc Godard, che nel suo “Passion”del 1982, propone i nudi di Ingres per avvicinarci  al contemporaneo Peter Greenaway che lavora su artisti quali  Rembrandt e Leonardo .

Nel caso da noi qui preso in esame, oltre che alla ricerca iconografica, il film punta molto sulle nuove tecnologie di computer grafica e 3D; indubbiamente quest’ultimo rimane l’aspetto più affascinante dell’opera di Majewski, considerando che sono stati necessari tre anni interi di lavorazione, questo il tempo richiesto per unire armoniosamente la creatività della pittura alla tecnologia, per ottenere, per così dire, un vero esempio di téchne inteso nel senso che i greci davano al termine.

Il regista polacco si è servito quindi di un fondale in 2D dell’opera di Brueghel dipinto dallo stesso Majewski; in sede di montaggio gli attori sono stati man mano sovrapposti su fondali dipinti o paesaggi reali con l’ausilio di riprese digitali e mediante il blue screen (o chroma key, quello, per intenderci delle previsioni meteo della televisione).

Sempre attraverso le tecniche digitali è stato possibile poi aggiungere i paesaggi della Nuova Zelanda, dell’Austria, della Polonia e far si che il risultato fosse il più vicino possibile ai paesaggi pittorici dell’artista fiammingo.

Nelle scene conclusive al film, la telecamera è ferma sul dettaglio in primo piano dell’opera di Brueghel con il gruppo della Vergine Maria, Giovanni e le pie donne; da qui essa si aggira silenziosamente e con lentezza nelle sale semibuie di un museo: si tratta del Kunsthistorisches Museum di Vienna dove il dipinto è custodito.

Si tratta indubbiamente di un film non semplice da proporre, ed è fondamentale, avvicinandoci alla sua visione, predisporre l’animo a raccogliersi nella contemplazione profonda di ognuna delle scene che il regista ci propone, apprezzando la Bellezza di ogni figura umana nel contesto naturale, nella descrizione accurata dei costumi e degli ambienti, nella pietas che i volti femminili incarnano …

… ma poi, chi lo ha detto che le cose debbano sempre essere semplici?

Onorina Collaceto

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