David, 5 premi ai Taviani

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX 

Occhio all’outsider, avevamo scritto sul “Secolo XIX” a proposito dei David di Donatello. Così è stato. A sorpresa, ma neanche troppo, “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani ha vinto cinque statuette, tra le più pesanti, a partire da miglior film e migliore regia. Solo premi di consolazione per “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, “This Must Be the Place” di Paolo Sorrentino e “Habemus Papam” di Nanni Moretti, mentre “Terraferma” di Emanuele Crialese non è stato neanche preso in considerazione, giustamente.

Un ragguardevole bis per i due veterani toscani dopo l’Orso d’oro al festival di Berlino. Vittorio è del 1929, Paolo del 1931: non si può proprio dire largo ai giovani, e del resto tutta la diretta tv su Raimovie, poi in differita a tarda sera su Raiuno, s’è svolta all’insegna della terza età, con l’immancabile Gina Lollobrigida chiamata da Tullio Solenghi a fare da “madrina”, e quasi incespicava sul palco, in apertura di cerimonia; per non dire della contessa Marina Cicogna, ormai imbalsamata dal botox.

Se l’anno scorso, per il 150° dell’Unità d’Italia, il David principale a “Noi credevamo” suonò quasi obbligato, stavolta si poteva magari osare di più. Non che “Cesare deve morire” sia un brutto film. C’è da dire, anzi, che la “povertà” a volte fa bene alla creatività, irrobustisce l’ispirazione. Abituati a spendere cifre considerevoli per cast di gusto internazionale e fastose ricostruzioni letterarie, i Taviani, chiamati «maestri» da Martone, hanno fatto di necessità virtù, girando in digitale nel carcere di Rebibbia. Incipit ed epilogo a colori, il resto in bianco e nero. Il tema lo ricorderete: lo scespiriano “Giulio Cesare” interpretato, tra provini in dialetto e immedesimazione progressiva, da un gruppo di detenuti con pesanti pene sulle spalle (14, 17, 26 anni, anche due ergastoli).
E tuttavia sia “Romanzo di una strage” sia “This Must Be the Place”, per ragioni diverse legate pure all’audacia delle due imprese, avrebbero meritato maggiore considerazione da parte dei 1.721 giurati, forse troppi e non tutti affidabili sul piano delle competenze, visto il noto proliferare di amici e parenti. Invece, a parte la statuetta per la migliore sceneggiatura andata a Sorrentino e Umberto Contarello, il palmarès ha snobbato i due bei film, distribuendo premi di secondo piano. Pierfrancesco Favino e Michela Cescon migliori interpreti non protagonisti, nei panni di Giuseppe e Licia Pinelli, per Giordana; musica, fotografia, canzone, trucco e acconciatura per Sorrentino. Peccato. Per fortuna, alla voce migliore regista esordiente, ce l’ha fatta Francesco Bruni con “Scialla!”, forse la commedia più fresca dell’anno.
Anche Moretti, e forse già se lo sentiva a vederlo ieri al Quirinale, esce maluccio dalla contesa, se non fosse per il David al miglior attore protagonista piovuto su Michel Piccoli, classe 1925, che è francese ma recita in italiano nel ruolo del pontefice pieno di dubbi. Parla italiano, per quanto stentato, anche la cinese Zhao Tao, toccante protagonista di “Io sono Li” di Andrea Segre, piccolo film ambientato tra i pescatori di Chioggia. Non l’ha visto nessuno, purtroppo, e magari qualcuno ora ne parlerà. Evidentemente è piaciuta ai giurati l’idea anti-provinciale di premiare due interpreti stranieri, benché non mancassero buoni concorrenti italiani, specie sul versante maschile, da Valerio Mastandrea a Fabrizio Bentivoglio e Marco Giallini.

D’altro canto, è sempre inutile fare le pulci alle premiazioni. Si sa che molti giurati sono avanti con gli anni e non vedono tutti i film; in più stavolta avrà giocato la mozione degli affetti nei confronti dei Taviani, da parecchi anni lontani dal set. Semmai la produttrice Grazia Volpi, premiata anche lei per “Cesare deve morire”, avrebbe potuto ringraziare en passant il ministero ai Beni culturali e non solo Raicinema, visto che 200 mila euro, rivelatisi essenziali per far decollare il progetto, vengono proprio dal finanziamento pubblico.

Si può invece tranquillamente ribadire che, nonostante i tentativi di Solenghi di rianimare la diretta tv sparando qualche spiritosaggine sullo spread e i tedeschi, Dario Argento, Woody Allen, la ministra Fornero, la venerabile età del patron Gian Luigi Rondi e dei Taviani, la cerimonia tv continua a essere la solita zuppa, insipida e indigeribile. La cine-retorica finisce col mangiarsi tutto, i premiati perlopiù non riescono a spiccicare parola, ringraziano, piangono o al massimo scandiscono il fervorino politico, e una strana aria da “Telegatti”, per quanto di sinistra, spira sulla premiazione. Magari bisognerebbe richiamare quel monellaccio di Chiambretti, a patto di dargli carta bianca.

Michele Anselmi

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