L’amore che resta, second life per il film di Van Sant

L’uscita, qualche settimana fa, in dvd e blu-ray di “L’amore che resta” ci offre lo spunto per tornare a parlare di uno dei migliori film del 2011, passato nelle nostre sale l’autunno scorso, in maniera assai fugace e in pochissime copie. Buona l’edizione per l’home video proposta da Sony Pictures Home Entertainment. L’immagine è pulita, non si segnalano particolari problematiche dovute alla compressione, se non una leggera grana che si nota appena in alcuni momenti senza peraltro disturbare o rovinare la visione del film. Buono l’audio, con la traccia in lingua originale che si fa preferire a quella italiana grazie alla presa diretta. Abbondanti gli extra dove troviamo, oltre a uno speciale sul regista e alle immancabili scene eliminate, una vera e propria chicca: la versione muta del film, che invoglierà all’acquisto chi l’ha già visto e amato al cinema e anche chi non ha avuto modo di apprezzarlo in sala a causa della distribuzione deficitaria.

Quanto al film, Gus Van Sant continua la sua ricognizione nel mondo dell’adolescenza, ma lo fa in modo completamente diverso, senza lo sguardo freddo e distaccato di “Paranoid Park” o “Elephant”, per raccontare una storia d’amore insolita e delicata. La giovane Annabel, affetta da un cancro al cervello che le lascia pochi mesi di vita, conosce casualmente Enoch, un ragazzo fortemente segnato dalla recente scomparsa dei genitori, che ha come unico amico il fantasma di un kamikaze giapponese della Seconda Guerra Mondiale.

Tra i due nasce un tenero e delicato amore, filmato in modo lieve da Van Sant che accantona per una volta l’indagine sociologica degli ultimi film per abbandonarsi ad una narrazione intensa e partecipe, ispirata alla Nouvelle Vague francese con un esplicito riferimento a “Jules e Jim” di François Truffaut.

“L’amore che resta”, questo l’infelice titolo italiano dall’originale “Restless” (inquieto, agitato), non cade nella trappola della lacrima facile e ricattatoria, tipica di altri film alle prese con temi similari. Il tono della pellicola è anzi decisamente leggero, con momenti divertenti e quasi comici, come nella sequenza in cui i due giovani s’improvvisano attori per mettere in scena la morte di Annabel, con Enoch pronto al suicidio come un novello samurai giapponese ibridato con un Romeo di shakespeariana memoria.

A dir poco felice la scelta dei due giovani interpreti, Mia Wasikowska e Henry Hopper, figlio del grande Dennis alla cui memoria è dedicato il film. La  somiglianza tra i due è notevole e l’interpretazione del giovane figlio d’arte fa ben sperare per la sua carriera futura. La Wasikowska, nonostante la giovane età, è già una garanzia oltre ad essere tra le attrici più richieste e apprezzate negli States. Doveroso un accenno al personaggio del kamikaze giapponese, interpretato da Ryo Kase, un  vero colpo di genio della sceneggiatura di Jason Lew ricavata dalla sua piece teatrale “Of Winter and Water Birds”. Un film sobrio ma toccante, che commuove, pur evitando le facili scorciatoie a cui il tema si prestava, anche grazie alle note intimiste di una splendida colonna sonora composta da Danny Elfman.

Boris Schumacher

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