Il festival di Roma sotto assedio. Sopravviverà?

L’editoriale di Roberto Faenza | Il cinema e la farsa

Il cinema italiano, ammesso che esista come entità, si sa è rissoso. 150 cineasti, tra registi, attori e produttori hanno appena firmato un appello in favore di Marco Muller, perché dopo la nomina a direttore del festival di Roma segua l’insediamento con tanto di contratto e programma. Appena messo in rete, l’appello ha destato qualche maldipancia, specie tra coloro che non lo hanno sottoscritto. Alcuni che hanno firmato ieri, oggi addirittura sconfessano se stessi (vedi il corsivo di Michele Anselmi su Il Misfatto di domenica 6 maggio). La faccenda sembra ormai diventata una guerra di bande: Roma contro Venezia, Torino contro Roma. Racconta Svetonio che l’imperatore Augusto nel giorno della sua dipartita dal regno terreno si sia fatto imbellettare le guance cadenti e i capelli radi per chiedere agli amici se avesse recitato bene la farsa della vita. Ecco, quanto sta accadendo attorno al festival di Roma è degno della peggior farsa. Vediamo gli interpreti che agitano la scena.

Sino a pochi mesi fa regnava su Roma capitale del cinema in veste di presidente del festival quel GianLuigi Rondi al quale Pier Paolo Pasolini aveva dedicato un acre poemetto: “sei così ipocrita, che come l’ipocrisia ti avrà ucciso, sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”. Con un gesto inatteso, Rondi si era dimesso, dopo aver difeso il direttore uscente Piera Detassis, vista persa la partita. A favore della Detassis, alla quale nulla si può rimproverare se non aver gestito degnamente una rassegna nata claudicante, si erano schierati gli eredi di Walter Veltroni e Goffredo Bettini, che sono stati i padri fondatori. Contro la gestione uscente si sono invece schierati il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, associato al governatore del Lazio, Renata Polverini. Per rilanciare la rassegna capitolina i due hanno ingaggiato un direttore-star. Quel Marco Muller, dimessosi dal Festival di Venezia per dissenso con il presidente della Biennale, Paolo Baratta, passato indenne tra vari governi una prima volta nel 1998 per nomina dell’allora ministro Rutelli, riconfermato nel 2008 dal governo Berlusconi, sconfessato dal ministro Giancarlo Galan, ma prontamente rimesso in sella dal governo Monti. Così è l’Italia. All’inizio della nomina di Muller si sono levati non pochi mugugni. Ne cito uno: come si può nominare un direttore che da Venezia aveva irriso il festival di Roma alla stregua di una fiera da strapaese? Eccone un altro: come può il cinema italiano, notoriamente di sinistra, accettare un direttore imposto da un sindaco postfascista e un governatore di destra? E ancora: se nella prossima rassegna venisse proposto un film controverso come Diaz, basterebbe l’autorevolezza di Muller per imporsi sulle probabili censure dei suoi sponsor? Pecunia non olet, hanno risposto i suoi difensori.

La mia opinione personale è che nessuno può mettere in dubbio le capacità di Muller e che in mano a lui il festival di Roma può certamente diventare competitivo con Venezia, Berlino e forse persino con Cannes. Sta di fatto che quando la nomina del nuovo direttore apparve a tutti cosa fatta, il cinema italiano, che non è proprio tra i più resistenti, ha cominciato a ondeggiare. Passo dopo passo venivano schierandosi a favore di Muller, già battezzato da Dagospia “il nuovo imperatore di Roma”, i vertici dell’industria cinematografica, a partire dall’Anica, seguita poco dopo da autori di prestigio, tra i quali gli stessi che hanno firmato l’ormai noto appello. Ora però le cose si sono complicate e solo mercoledì 9 maggio, si spera, si conoscerà la sorte della rassegna capitolina, quando i soci fondatori del festival dovranno prendere una decisione. Muller, dicono gli oppositori, ha chiesto un compenso troppo alto. Risulta invece che il neodirettore se lo sia ridotto. Avrebbe inoltre preteso carta bianca nella scelta dei collaboratori, chiedendo il licenziamento dei già arruolati e la riconversione di alcune sezioni, come l’ottima Extra e l’eccellente Alice in città. Ma a queste osservazioni già è stato replicato dal diretto interessato. Se mai, se devo avanzare una critica rispetto al programma del neo direttore, è la mancanza di un collegamento con realtà più interessanti e di massa di quanto non sia la “comunità” autoreferenziale del cinema. Penso in primis all’università, dalla cui collaborazione il festival avrebbe tutto da guadagnare. In realtà di fronte alle richieste di Muller, che immagina un festival di portata internazionale con anteprime mondiali, spalmato su più piani e persino lungo un arco di varie settimane, Alemanno e Polverini stanno facendo i conti in tasca. Considerando che in tempo di vacche magre soldi non ce n’è, i due hanno cominciato a tergiversare. Giustamente vengono avvertiti che il tempo è scaduto.

Tra pochi giorni si apre il festival di Cannes. Può Roma presentarsi senza direttore? Di qui l’appello dei 150 firmatari, che suona per quello che esattamente è: un ultimatum contro l’indecisione della politica nostrana. Detto per inciso, il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti di fronte a tanta paccottiglia si è tirato fuori e resta alla finestra, pronto a scendere in campo se e quando sarà eletto sindaco di Roma alla prossima tornata. Dietro all’appello c’è chi vede la mossa di Muller per mettere spalle al muro chi lo ha nominato senza sapere quid e quantum la scelta comportasse. Intanto il sindaco Piero Fassino e il direttore del festival torinese, il regista Gianni Amelio, protestano con veemenza, preoccupati che le date di Roma schiaccino il loro evento, anche se le ultime proposte di Muller sembrano tutt’altro che bellicose. Suonano anzi addirittura collaborative. Se il duo Alemanno-Polverini non metterà mano al portafoglio saranno solo loro a farci una figuraccia, o non piuttosto tutti quelli che hanno a cuore il cinema italiano? A Cannes già circolano le barzellette su di noi: ah, les italiens! Il guaio è che a Roma hanno ben altro cui pensare, se persino il Corriere della sera, scrivendo del degrado della capitale, strangolata tra sparatorie da far west e corruzione dilagante, ha appena pubblicato un titolo impietoso: “Roma peggio di Calcutta!”. Laggiù, sarà bene ricordarlo, scorre il Gange pieno di cadaveri. Alemanno e Polverini sono avvisati.

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