Un corpo non più in vendita. Il richiamo

Contro il corpo della donna mercificato e manipolato dai media (e ci domandiamo: anche da Cinemonitor?) si schiera Il richiamo, scritto da Veronica Cascelli proprio per riscattare la figura femminile e la sua rappresentazione mediatica. Ma il film antitetico, dicotomico, pacatamente estremo, maschile nella storia e femminile nella regia, sensibile e delicata, non osa totalmente in questo riscatto, rimanendo in un limbo rappresentativo e decisionale.

Girato interamente in Argentina da Stefano Pasetto con Francesca Inaudi e Sandra Ceccarelli – perfetta nell’interpretare con intensità il suo personaggio – è stato selezionato al 35° Festival di Toronto vincendo l’Amilcar della Giuria al Festival du Film di Villerup 2010 e il Premio del Pubblico al Festival di Nantes 2001. Nelle sale italiane arriva solo l’11 maggio dopo molti anni di attesa, distribuito da JP Entertainment.

Un film nato, secondo il regista, da uno scandalo non per la presenza dell’amore saffico tra le due protagoniste (tra l’altro molto casto, pudico e limitato ad un iniziale bacio), che non rappresenta la tematica centrale, ma per la sottrazione del corpo femminile alla protezione maschile. Il corpo, tematica centrale nel racconto filmico, è quello malato, sensibile, trascurato, tradito e fragile della signora “borghese” Lucia, che preferisce alle cure del marito la fuga e l’amore di una donna.

La trasformazione, azione tipicamente femminile, dei corpi delle due donne protagoniste è in realtà un approdo e un avvicinamento al mondo maschile: fuggono sì insieme, ma in una barca dove finiscono per svolgere mansioni maschili con atteggiamenti maschili (vedi il taglio di capelli, il tradimento e l’atteggiamento libertino di Lea, la donna “più mascolina”), per poi cercare l’amore, capace di curare le cicatrici, visibili ed invisibili, dell’anima in altri campi: nella vista delle balene e nella musica del piano. Solo alla fine si ricongiungeranno con la loro primordiale sfera femminile, ma nei modi più tradizionali per la libertina Lea e più pacati per l’austera Lucia. Ed è per questo che il racconto filmico, ben girato, profondo, delicato, anche nel raccontare la malattia, non aggiunge nulla ad un tema molto visitato in campo letterario e cinematografico.

Alessandra Alfonsi

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