Special Forces. Oltre la retorica un film compatto e riuscito

Naturalmente il titolo italiano anglicizza il tutto, trasformando “Forces spéciales” in “Special Forces”, come se gli eroi di turno, una specie di navy-seals, fossero americani o inglesi e non francesi. Esce oggi in Italia il film di Stéphane Rybojad dedicato ai corpi speciali dell’esercito francese. Storia che più classica non si può: sei tosti soldati delle Forze speciali dell’Armée de Terre vengono paracadutati sulle montagne tra Pakistan e Afghanistan per riprendersi una famosa giornalista parigina sequestrata dai Talebani col suo traduttore.

Quanti ne abbiamo visti di film così? Tanti, quasi tutti statunitensi: da “L’ultima alba” con Bruce Willis e Monica Bellucci al recente “Act of Valor”, da “Black Hawk Down” a “Bat 21”. Anche la tv hanno subodorato l’affare, se un drammaturgo colto come David Mamet produce “The Unit”, mentre Sky riscalda la mini-serie britannica “Strike Back” con audaci scene di sesso, in stile “il riposo del guerriero”.

Però anche i francesi non scherzano. A differenze di noi italiani, i film d’azione li sanno fare, eccome. “Special Forces”, il cui sottotitolo recita “Liberate l’ostaggio”, conferma la regola. Benché non sia stato un successo in patria: appena 204 mila biglietti venduti, nonostante il budget da 10 milioni di euro. Magari ha inciso la congiuntura politica. La guerra in Afghanistan non è popolare da quelle parti, tanto più ora che il presidente giscardiano Nicolas Sarkozy è stato battuto dal socialista François Hollande. E tuttavia, visto che ai francesi puoi togliere tutto ma non la loro grandeur, “Forces spéciales” molto corrisponde a una certa idea di eroismo patriottico, pure al piacere di prendersi una rivincita sui modelli anglofoni in tema di cinema bellico.

Del resto il quarantenne regista è uno che se ne intende. Documentarista apprezzato, Rybojad già nel 2005 girò un reportage sulle Forze speciali, circa 3.000 uomini scelti, e tre anni dopo – in piena sbornia Sarkozy- cominciò a lavorare a questo film adrenalinico, girato un po’ alla maniera di ”Hurt Locker”, intriso di retorica nazionale ma con qualche inattesa sfumatura drammaturgica, perché non sembrasse uno spot militaresco sulle cosiddette missioni umanitarie. L’idea dev’essere piaciuta se star francesi come Diane Kruger, Djimon Hounsou, Benoît Magimel, Denis Ménochet e l’immacabile Tchéky Karyo di “Nikita” hanno risposto all’appello. Figuratevi che il regista è riuscito a far recitare decentemente, nei panni del fanatico talebano detto “Il macellaio di Kabul”, perfino Raz Degan: altro che “Centochiodi” di Olmi e “Barbarossa” di Martinelli.

Girato in Tagikistan, con inserti a Gibuti e Chamonix, il film maneggia il noto sciovinismo dei nostri cugini transalpini con le avvertenze del caso. Spara battute del tipo «Un’ora di gloria vale più di un’eternità anonima» per smontarle subito dopo, ma il tono cameratesco, da uomini duri, anzi durissimi, è di rigore: per la serie arrivano i nostri.

Il pubblico ha perlopiù apprezzato, la critica ha stroncato senza pietà. Ed è curioso curiosare in rete, dove trovi ad esempio il commento positivo postato da Nathalie Mugnier, una donna, che plaude «a un film francese che per una volta rende omaggio ai nostri soldati morti in guerra per la patria». Voterà Marine LePen?

Vero è, d’altra parte, che sin dai tempi dei “Berretti verdi” il cinema di guerra offre il fianco a interpretazioni e forzature ideologiche, a un passo dalla propaganda. Di sicuro incide il clima generale del Paese, l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti delle guerre. Per dire: il rozzo “Navy-Seals. Pagati per morire” di Lewis Teague uscì nel 1990, sotto la presidenza di Bush senior, e sembrò – forse non era vero – il film giusto per celebrare lo spirito guerresco di quei giorni. Il più complesso “The Green Zone” di Paul Greengrass invece smonta le bugie della Casa Bianca in merito agli arsenali segreti di Saddam Hussein, e magari non è un caso che sia stato girato sotto la presidenza Obama. Mentre “Black Hawk Down” di Ridley Scott certamente non fece piacere a Clinton, ricordandogli lo smacco del 1993 a Mogadiscio.

Poi, certo, il cinema bellico segue percorsi tutti suoi, cercando di intercettare uno stato d’animo, un clima diffuso. Di sicuro un film come “Special Forces” non si potrebbe fare in Italia. Uno, perché non sapremmo farlo sul piano prettamente tecnico; due, perché i nostri produttori e registi hanno nei confronti delle Forze armate un atteggiamento, diciamo, scettico. O la si butta in farsa, come con “Missione di pace”, o ci si preoccupa di essere politicamente corretti, come con “Radio West” interpretato dal povero Pietro Taricone. Oppure, è il caso di “20 sigarette”, si mostrano i nostri soldati a Nassirya armati con gli M-16, fucili notoriamente in dotazione all’esercito americano.

Michele Anselmi 

(Pubblicato su Il Secolo XIX)

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