Pagina e pellicola: gli sceneggiatori di se stessi

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Corriere della Sera

Bisognerebbe fare come Sandro Veronesi: meglio astenersi dallo sceneggiare i film tratti dai propri romanzi. Non troverete infatti il suo nome, alla voce sceneggiatura, sui titoli di testa di “La forza del passato”, di ”Caos calmo” e di “Gli sfiorati”, rispettivamente diretti da Piergiorgio Gay, Antonello Grimaldi e Matteo Rovere. In fondo è segno di saggezza distaccarsi dalla materia letteraria, così da lasciare a chi realizza il film ampia libertà di movimento. Sempre che, temendo il peggio, non si faccia come Salinger, che sin dal 1957 rifiutò di vendere a Hollywood i diritti del “Giovane Holden”.

Per dire: Alberto Moravia, di sicuro lo scrittore italiano più saccheggiato dal cinema con trenta titoli, un po’ per convinzione un po’ per convenienza preferiva affidarsi totalmente ai registi, senza tenere il muso se il film veniva male, anzi facile all’applauso. Esempi tra i tanti? “Gli indifferenti” di Citto Maselli, “La ciociara” di Vittorio De Sica, “Il conformista” di Bernardo Bertolucci, “Agostino” di Mauro Bolognini. Proprio a proposito di quest’ultimo, il 16 dicembre del 1962, scrisse su “L’Espresso”: «Alcuni critici, non sappiamo quanto in buona fede, si sono addirittura scagliati contro il rapporto della letteratura col cinema, difendendo non si sa quale purezza dell’ispirazione cinematografica. Ma in sostanza che cosa difendono questi critici? Il cosiddetto “soggetto originale” ossia le cinque dieci malvagie paginette semianalfabete stillate faticosamente dai cosiddetti “soggettisti” professionali, le quali, una volta acquistate dal produttore, debbono essere rifatte cento volte da intere coorti di sceneggiatori».
E ancora: «Diciamolo pure: il “soggetto originale” è il massimo responsabile del basso livello culturale ed estetico di gran parte della produzione cinematografica. Per me, il solo “soggetto originale” legittimo è quello scritto personalmente dal regista. Ma poiché i registi che scrivono i loro soggetti sono pochi, il romanzo è di gran lunga preferibile al “soggetto originale” e questo per i seguenti motivi: 1. Attraverso la riduzione cinematografica di romanzi s’ottiene la circolazione delle idee e della cultura nel cinema, altrimenti impossibile, dato il basso livello culturale dei “soggettisti”; 2. In un “soggetto originale” bisogna aggiungere, il che non è sempre possibile; in un romanzo basta togliere, operazione molto più agevole; 3. Il romanzo fino a un certo punto serve da antidoto ad alcuni mali del cinema quali il divismo, l’intreccio meccanico, la pornografia delle “maggiorate fisiche”, eccetera». Da allora le cose sono un po’ cambiate, ma in fondo Moravia non aveva torto. La sostanza del suo ragionamento era chiara: «L’autore del libro non può chiedere che il regista sia fedele; ma può bensì chiedergli che faccia un bel film».

Vero è che il matrimonio tra cinema e letteratura anche in Italia ha conosciuto fasi alterne. Proprio Bolognini vi costruì la sua fortuna di cine-narratore, sin dai tempi del “Bell’Antonio”; vale anche per Visconti, Zeffirelli, De Sica, Monicelli o Petri, per citarne cinque di diversa estrazione. Poi, per svariati anni, la cosiddetta politica degli autori mise in crisi la formula. Parve che un film “tratto da” fosse meno interessante di un film “scritto da”, così l’amoroso, a tratti adulterino, legame si raffreddò, fino quasi a dissolversi. Furono due film, nel 1995 “Sostiene Pereira” di Roberto Faenza da Antonio Tabucchi, l’anno dopo “Va’ dove ti porta il cuore” di Cristina Comencini da Susanna Tamaro, a rovesciare la tendenza, e da allora il cinema italiano pare aver riscoperto le gioie di quel matrimonio. Basti pensare al sodalizio tra Gabriele Salvatores e Niccolò Ammaniti, inaugurato con “Io non ho paura” e proseguito con “Come Dio comanda”. A quello, sentimentale oltre che artistico, tra Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini per “Non ti muovere”, “La bellezza del somaro” e adesso “Venuto al mondo”. A quello, molto complice, tra Carla Vangelista e Silvio Muccino per “Parlami d’amore” e ”Un altro mondo”.

«Il nostro cinema deve la sua ripresa a un semplice fatto: è tornato a raccontare delle storie. In Italia, oggi, si vedono molti film belli e si vendono molti libri belli. Più che nel resto d’Europa» sostiene Riccardo Tozzi, titolare di Cattleya, casa produttrice che ha costruito il proprio nome sul rapporto strategico tra cinema e letteratura: da “Mio fratello è figlio unico” di Luchetti a “Romanzo criminale” di Placido, da “La bestia nel cuore” e “Quando la notte” di Comencini al prossimo “Educazione siberiana” ancora di Salvatores.

Naturalmente le case editrici guardano al cinema con rinnovato entusiasmo, ricambiando la cortesia, mentre il costo dei diritti di sfruttamento e delle opzioni – era inevitabile – schizza alle stelle. Specie quando sono in ballo romanzi benedetti dallo Strega, come “Non ti muovere” di Mazzantini, “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, “Acciaio” di Silvia Avallone. Che poi funzionino al botteghino è un altro discorso. Non sempre basta la parola, ovvero il successo editoriale. A volte ci si lavora per mesi, poi non se ne fa nulla: è il caso di “Vita” di Melania Mazzucco, dal quale fu tratto un copione di Paolo Virzì e Francesco Bruni rimasto nel cassetto.

Una cosa si può dire, però, e così torniamo al punto di partenza: tranne rare eccezioni, come “Gomorra”, ripensato per lo schermo con il contributo dello stesso Saviano, meglio che lo scrittore lasci in mani altrui la creatura di carta. Così si comportò Paolo Giordano con “La solitudine dei numeri primi” di Saverio Costanzo, firmando solo il soggetto. Per il suo esordio alla regia con “Vi perdono”, l’attrice Valeria Golino ha scelto un tema urticante e delicato, l’eutanasia, ma Angela Del Fabbro, l’autrice del romanzo omonimo da cui è tratto il film, non figura tra gli sceneggiatori. All’opposto, ci sono scrittori che addirittura si cimentano con la regia, spesso con risultati deprimenti. Vedere per credere “Treno di panna” di Andrea Di Carlo, “Musica per vecchi animali” di Stefano Benni, “Nel mio amore” di Susanna Tamaro, “Lezione 21” di Alessandro Baricco, “La kryptonite nella borsa” di Ivan Cotroneo.

«La verità? Gli scrittori difficilmente accettano che il regista sia un nuovo scrittore. Meno capiscono di cinema più tendono a intervenire, quasi sempre per reiterare se stessi» scandisce Roberto Faenza, il più “letterario” dei nostri cineasti (Oberski, Yehoshua, Maraini, Ferrante…). «Faceva bene Moravia a restarsene fuori. Personalmente ho sempre chiesto agli scrittori di non partecipare. Con due eccezioni: Antonio Tabucchi per “Sostiene Pereira” e Peter Cameron per “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Ma Antonio firmò solo i dialoghi, mentre Peter si ritirò dopo avermi inviato una prima stesura del copione».

Chi gridò al tradimento in modi coloriti, salvo poi non disdegnare il film, fu Antonio Pennacchi, che volentieri avrebbe firmato il copione di “Mio fratello è figlio unico”, dal romanzo “Il fasciocomunista”. Esattamente l’opposto di Pino Cacucci, che per ”Puerto Escondido” di Salvatores si limitò a fare da “guida” in Messico. Ricorda lo sceneggiatore-regista Enzo Monteleone: «Pino ci disse “faccio un altro mestiere, mi fido di voi”. Siamo rimasti amici. Vale anche per Domenico Starnone, insieme abbiamo scritto un film che purtroppo non si farà mai, “I fantasmi di Portopalo». Nella sua carriera di sceneggiatore, Monteleone ha adattato romanzi di Goffredo Parise, Giorgio Scerbanenco, Gino Pugnetti. «Tutti morti, nessuno ha protestato» celia. «Purtroppo il romanziere che vuole collaborare a un copione spesso non ha gli strumenti tecnici, teme lo snaturamento, a meno che non sia Ammaniti. Lui scrive già in chiave cinematografica». Infatti anche il romanzo breve “Io e te” è diventato un film, diretto da Bertolucci e sceneggiato dallo stesso romanziere.
Pochi ricordano, invece, che “Il bacio della Medusa” di Melania Mazzucco nacque come sceneggiatura, vinse anche il premio Solinas, e solo più tardi, non trovando produttori, il manoscritto pensato per il cinema diventò un romanzo, altrettanto bello. Ma, in generale, gioverebbe limitare gli scambi, con tutto il rispetto che pure si deve a scrittori di qualità, come Francesco Piccolo o Vincenzo Cerami, i quali hanno trovato nel cinema un secondo-primo mestiere, giustamente redditizio. Forse potrebbero evitare di recensire i film sui giornali, ma questo è un altro discorso.

Michele Anselmi

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