Gus Van Sant, corpi di confine. Tra l’adolescenza e il cielo

Il cinema di Gus Van Sant è pensabile, in particolare dopo la realizzazione della cosiddetta “trilogia della morte” (costituita da Gerry, Elephant e Last Days), come un organismo metamorfico, in continua evoluzione e sempre pronto a mettersi in discussione; è un’opera capace di passare, fra alti e bassi da produzioni di carattere underground (Mala Noche) a film di grande raffinatezza stilistica, quasi da esposizione (Gerry), passando per pellicole più commerciali e legate a uno stile marcatamente hollywoodiano (Will Hunting, genio ribelle).

Uno degli elementi su cui l’attenzione di Van Sant si è sempre concentrata è la figura dell’adolescente, come fosse una musa ispiratrice che il regista insegue tenacemente dall’inizio della sua carriera. Una presenza tanto ingombrante in una filmografia anche piuttosto ampia com’è quella vansantiana non può certo essere casuale e va quindi letta come il frutto di una precisa scelta, di cui vanno senza dubbio indagate le ragioni. In questo intervento si cercheranno di mostrare i motivi di questa preferenza, in particolare riferendosi alle pellicole che compongono la trilogia.

La figura dell’adulescens vansantiano non sembra poter essere letta senza considerare un’altra grande presenza nel cinema del regista, le nuvole. Sin dalla prima sequenza di Elephant, la rapida evoluzione dei cirri fa da contrasto alle voci che sentiamo provenire da un indefinito fuori campo, creando un’“immagine animata” che lega in maniera programmatica questi due elementi. Si tratta di un accostamento che ritorna insistentemente anche in Gerry, dove i due protagonisti sono accompagnati – anzi addirittura sovrastati – dal continuo divenire delle forme nuvolose. Un primo livello di lettura, piuttosto convincente, sembra essere quello di considerare questi giovani protagonisti come una traduzione in carne ed ossa delle nubi. Soprattutto nella “trilogia della morte”, infatti, il regista sceglie dei personaggi che non hanno ancora varcato la soglia dell’età adulta, ancora indefinita molteplicità di forme potenziali.

Come le nuvole sono realtà di confine fra la terra e il cielo così gli adolescenti che Van Sant riprende spesso di spalle, come corpi senza testa, sono rappresentati nell’“attimo in cui […] tutta la necessità del passato che ormai si condensa in un gesto è ancora aperta a una molteplicità di possibili” (Pezzella, 2010). È un’operazione quasi utopica, un tentativo di esprimere l’indicibile, rifuggendo peraltro dai qualunquismi stilistici di molto cinema contemporaneo.

I due Gerry, John e Blake, sono le icone di un passaggio, di una trasformazione che è universalmente umana prima che specificamente diegetica. A questo concorre anche la scomposizione dei piani narrativi, che si scompongono in una congerie di episodi senza scopo e che vivono proprio di questa loro insensatezza. Van Sant accompagna i suoi personaggi come un’ombra, cercando di trovare sempre la giusta distanza da cui osservare l’insignificanza del mondo, lasciandoli da soli sull’orlo dell’abisso e mostrandoci i loro futuri potenziali senza indicarne uno in particolare.

Van Sant realizza, in definitiva, un’operazione avanguardistica, un tentativo di fermare il tempo prima che sia troppo tardi, prima che la stratificazione delle possibilità compresenti sul volto dei suoi personaggi si consumi, riducendosi a un mero atto, non più modificabile.

Giuseppe Previtali

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