Pannofino, voce e (troppo) corpo?

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Misfatto  

È più forte di loro. Arriva quasi sempre il momento in cui al bravo doppiatore o alla brava doppiatrice vien voglia di metterci la faccia, per dimostrare di saper recitare. Prendete Francesco Pannofino. L’uomo fa simpatia, con quei baffoni folti, i capelli arruffati, lo sguardo sgualcito, la pancia debordante. Da qualche tempo a questa parte, non contento di prestare la voce (e che voce!) a George Clooney, Denzel Washington, Daniel Day-Lewis, Mickey Rourke, William Petersen di “Csi” e infiniti altri, smania per stare anche davanti alla cinepresa. Umana debolezza, comune a molti del suo giro, dai compianti Ferruccio Amendola e Oreste Lionello al virile Luca Ward e all’eclettico Pino Insegno. Pure un modo per arrotondare, e di parecchio, la paga.

Purtroppo quasi sempre il raddoppio non giova, almeno sul piano artistico. Raccontava proprio Amendola che, entrato in un bar per chiedere un caffè, fu così apostrofato dal barista: «Ma lo senti ‘sto stronzo che parla con la voce di De Niro?». Paradossi che si portano dietro dispiaceri. Anche se alcuni doppiatori hanno saputo aderire così bene ai doppiati da assurgere, essi stessi, al ruolo di star. Poi, certo, sarebbe una notevole conquista di civiltà se anche gli italiani si abituassero a vedere i film in versione sottotitolata, ma il discorso porterebbe lontano.

Pannofino, si diceva. Ovvero mister prezzemolo: il Concertone del 1° Maggio, Nero Wolfe sulla Rai, il paraplegico rabbioso, cocainomane e puttaniere di “Workers”, Mangiafuoco nell’orribile parodia tv di “Pinocchio”, tra qualche giorno lo vedremo nella farsaccia corale “Operazione vacanze”, solo per dirne alcuni. Sempre uguale a se stesso, con minime variazioni, il magnifico timbro sempre più tonante, esibito, sforzato. Recita col pilota automatico. E si vede. Va bene che c’è la crisi e non si butta via niente, come col maiale. Però adesso quando sento George Clooney al cinema vedo l’isterico regista René Ferretti di “Boris”. E non è un buon segno.

Michele Anselmi

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