Silent Souls. Un ideale femminile decisamente sospetto

Al contrario di come viene presentato, Silent Souls (da domani nelle sale), ultima regia del russo Aleksei Fedorchenko, è tutto tranne che un omaggio alla femminilità. E’ il racconto, in ambientazione moderna, delle tradizioni e dei rituali dei Merja, un’antica popolazione ugro-finnica scomparsa, che visse nelle regioni delle attuali città russe di Rostov, Kostroma, Jaroslav e Vladimir. Si propone come l’esigenza di mostrare un altro lato della Russia civilizzata, l’intenzione nostalgica di ricreare un immaginario collettivo attraverso cui ritrovare e non dimenticare le appartenenze culturali.

La storia scorre tutta intorno alla morte di Tanya, ovvero alle pratiche e agli antichi rituali funebri della cultura Merja che il marito Miron e l’amico Aist mettono in pratica in un’atmosfera dolorosa e nostalgica. Il viaggio, intrapreso per raggiungere il lago sacro dove avverrà il distacco dalla defunta, per Miron rappresenta il tempo delle confessioni e della condivisione del dolore con l’amico. Il regista riesce a ritrarre l’amore del marito verso la defunta con grande poesia. Ma alcune scene, come l’incontro con le due prostitute o il godimento di Tanya raggiunto solo con la masturbazione in presenza del marito, lasciano intravedere nella descrizione dell’amore senza fine, un amore in realtà a senso unico, mettendo in luce il ruolo della donna nella relazione amorosa come figura di adorno nella vita dell’uomo.

La consapevolezza che il regista volesse solo farsi testimone di una cultura etnica inizia dunque a vacillare. Dal semplice rappresentare alla volontà di promuovere una determinata cultura come modello sociale, il messaggio assume un significato differente.

Il messaggio cinematografico che scaturisce dal film travalica forse l’intenzione del regista? Considerando i numerosi riferimenti ad una visione della donna inaccettabile, in una società che lotta per l’affermazione dell’uguaglianza dei sessi contro un modello sociale prettamente maschilista, indispensabile è chiedere a Fedorchenko cosa sia per lui la femminilità. Ma la risposta lascia a dir poco basiti e indignati. Ecco il dialogo avuto in conferenza stampa:

Lei racconta, in modo davvero poetico, la nostalgia verso le tradizioni, i rituali di un’etnia e di una cultura dell’affettività e dell’amore per la donna defunta. Dichiara che questo film è un omaggio alla femminilità, ma al tempo stesso ha rappresentato una figura femminile passiva, una donna estremamente succube dell’ uomo: ha nostalgia anche di questo?

Preferisco vedere la donna racchiusa in una rete del patriarcato. Sì, io la preferisco così.

A questo punto ogni dubbio è sciolto, Silent Souls risulta, al di là delle maschere poetiche, un’offesa alla donna e un omaggio alla prevaricazione della cultura maschilista. Nella storia del cinema, innumerevoli sono le produzioni di registi che hanno raccontato la realtà e documentato la storia nel tempo e nello spazio. Federico Fellini, Roman Polanski, Pier Paolo Pasolini, Liliana Cavani e tanti altri ancora hanno reso possibile con il cinema creare memoria delle atrocità naziste e fasciste, ma ciò non vuol dire che ne fossero promotori, anzi, la loro era una spietata denuncia contro un’epoca, contro una cultura della dittatura e della libertà violata. Grazie al cinema, ritroviamo un legame col passato, perché è nella natura stessa dell’arte cinematografica la capacità di testimonianza e rappresentazione degli eventi, del mondo che cambia, di essere un grande contenitore a cui attingere per tenere viva la memoria storica.

Il tentativo di denunciare la moderna e sfrenata mortificazione dell’eccesso di erotismo non giustifica di fatto la necessità di Fedorchenko di riportare e promuovere sullo schermo un’idea della donna “ angelica” che, lieta, si presta ad esser oggetto dei desideri maschili e funzionale all’uomo. Una concezione alquanto distorta scaturisce da quei visi (ripresi in primo piano) sorridenti e appagati di donne che, in fondo, esistono solo per “alleviare i dolori dell’uomo” per poi scomparire dietro ad un vetro nel silenzio più assoluto. Erano davvero così accondiscendenti e soddisfatte le donne Merja?

Con Fedorchenko siamo innanzi ad una visione prettamente personale, una dimensione arcaica e volutamente offensiva, dal momento in cui non si può sottovalutare il peso culturale dell’arte cinematografica nel creare cambiamenti sociali, incidere nell’opinione pubblica, costruire l’immaginario collettivo dell’identità di un popolo. Qui non si riscontra solo la volontà di denunciare o semplicemente raccontare, indagare e narrare le usanze e le pratiche sociali degli antichi Merja. C’è molto di più, qualcosa che, proprio come la pubblicità ingannevole, emerge ed influisce in modo subliminale su una mente poco attenta.  Il corpo di per sé non è mai osceno, scrive la filosofa Michela Marzano, e di certo, non è col mettere a tacere l’affermazione e i valori della donna che un uomo riconquista l’identità e la pace interiore.

Patrizia Miglietta


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