Prospettive dell’intervento pubblico nel settore cinematografico

Il punto di Alessio Lazzareschi | Clicca qui per vedere l’intervista a Nicola Borrelli

“Le opere audiovisive, e in particolare il cinema, svolgono un ruolo essenziale nel formare le identità europee, sia per gli elementi che accomunano i vari paesi d’Europa, sia per la varietà di culture che caratterizza le nostre diverse tradizioni e la nostra storia. Data l’ampia influenza che esercitano sulla società, si tratta di un fattore fondamentale per il buon funzionamento delle nostre democrazie. (…) Le opere audiovisive hanno caratteristiche peculiari dovute alla loro duplice natura. Sono beni economici che offrono notevoli opportunità per creare ricchezza e occupazione (…). Sono anche beni culturali che, al tempo stesso, rispecchiano e modellano la nostra società. Per tale motivo lo sviluppo di questo settore non è mai stato affidato alle sole forze di mercato”.

Con queste riflessioni inizia la comunicazione della Commissione Europea sulle opere cinematografiche e audiovisive, la n. 534 del 2001, che ancor oggi disciplina, nel quadro del diritto europeo, gli aiuti pubblici alle attività cinematografiche.

In Italia la gestione delle politiche di sostegno al settore cinematografico è affidata alla Direzione Generale per il Cinema del MiBAC, il cui Direttore, il dott. Nicola Borrelli, ci ha rilasciato l’intervista che questo scritto intende introdurre.

Negli ultimi dieci anni la produzione cinematografica italiana ha subito profonde trasformazioni, e responsabili di una parte importante di queste trasformazioni sono state proprio le politiche di incentivazione pubblica del settore, radicalmente mutate, rispetto al periodo precedente, dal decreto legislativo n. 28 del 2004. Nato principalmente da necessità economiche, il decreto n. 28, legge di riordino del sistema di aiuti alla cinematografica, ha finito per modificare le dinamiche imprenditoriali del settore, contribuendo all’affermazione di un cinema più solido e più sano. Non è questa la sede per soffermarsi su tutti gli aspetti della riforma del 2004, ma non può sottacersi come essa abbia rappresentato una svolta “culturale” nelle politiche pubbliche, impegnando il produttore a confrontarsi innanzitutto con il mercato, con il pubblico e con la distribuzione sin dalle prime fasi di preparazione del film. Gli incentivi fiscali introdotti nel 2007, e attuati nel 2008 e 2009, hanno poi costituito un secondo passo lungo la stessa strada. Come diremo più avanti, riteniamo però che nel sistema complessivo degli aiuti pubblici al settore si stia oggi manifestando uno squilibrio in favore di forme di aiuto indiretto, sostanzialmente automatiche, e a detrimento delle necessarie forme di incentivazione diretta e discrezionale.

I risultati del cinema italiano negli ultimi anni in termini di qualità delle produzioni e di quote di mercato confermano la giustezza dell’impostazione delle politiche di incentivazione. Se la qualità dei film prodotti è criterio valutativo, soggetto alle preferenze individuali e pertanto di difficile accertamento, il successo in termini di pubblico è un dato empirico difficilmente contestabile. Nel 2003 la quota degli incassi complessivi dei film interamente italiani era del 12,5%, quota che saliva al 21,8% considerando le coproduzioni internazionali, di cui però molte avevano ben poco di italiano. Nel 2011 la quota degli incassi dei film completamente italiani è pari al 33,71% del totale, quota che sale al 35,53% se si considerano anche le coproduzioni internazionali.

Merito di tutto ciò va innanzitutto e principalmente ascritto agli autori, agli attori, ai produttori, ai lavoratori del cinema, ma parte di questo merito va alle politiche pubbliche di sostegno del settore, a come esse sono andate configurandosi e come sono state applicate, e di questo va dato atto ai Ministri dei Beni culturali che si sono succeduti negli anni e ai responsabili del Ministero e della Direzione Generale per il Cinema.

Malgrado questi risultati, il quadro complessivo della cinematografia italiana presenta ombre, ben evidenti nei dati dell’ultimo anno, che gettano una certa preoccupazione su tutti gli operatori. In tale situazione, le politiche pubbliche di sostegno, oggetto specifico dell’azione della Direzione Generale per il Cinema, dovrebbero a nostro avviso orientarsi secondo almeno tre linee di intervento, che specificheremo più avanti, ma che qui già anticipiamo: il riequilibrio dell’intervento pubblico in favore di forme di sostegno diretto per i film di interesse culturale, la difesa e incentivazione delle sale d’essai e delle sale che programmano film italiani, la piena applicazione della normativa in tema di obblighi di investimento e programmazione di opere cinematografiche da parte delle emittenti televisive. Ma prima di questo, è opportuno analizzare qualche dato.

Nell’ultimo anno il mercato cinematografico italiano ha accusato una contrazione, vedendo regredire il numero complessivo delle presenze in sala dai 109 milioni di spettatori del 2010 ai 101 milioni del 2011, circa l’8% in meno. Dal punto di vista dell’incasso, la diminuzione è ancora più marcata, si passa infatti dai 734 milioni di euro del 2011 ai 661 milioni del 2011, con un calo di circa il 10%. Nei primi quattro mesi del 2012, secondo i dati parziali attualmente a disposizione, si dovrebbe avere un ulteriore calo del 12/13%.

I dati prima esposti, come tutti gli altri dati su incassi e presenze che abbiamo fin qui riportato o che indicheremo più avanti sono ricavati dai dati Cinetel, quelli SIAE, che ricomprendono la totalità delle sale, sono ovviamente più alti: si stima infatti che secondo i dati che saranno elaborati dalla SIAE, le presenze in sala nel 2011 si attesteranno a circa 111 milioni, per un incasso complessivo stimato di 695 milioni di euro, erano 120,6 milioni di presenze nel 2010, per un incasso di 772 milioni.

Ciò detto, qualsiasi base di elaborazione sia presa in considerazione, il calo è certo. Se si tratti di un’inversione di tendenza o solo di una battuta di arresto in un mercato complessivamente tonico negli ultimi due anni, crediamo che nessuno sia in grado di affermarlo. Certo è che la contrazione, senza dubbio legata anche alla situazione economica complessiva, ha di fatto fortemente ridimensionato le speranze di una crescita stabile del numero di spettatori, facendo scendere un certo sconcerto tra gli operatori del settore. Se si guarda infatti al trend degli ultimi anni, prima dell’ottimo 2010, si può notare il passaggio dai 92 milioni di spettatori del 2006 (546 milioni di euro di incasso), ai 103 milioni del 2007 (617 milioni di euro di incasso) ai 99 milioni del 2008 (593 milioni di incassi) ai 98 milioni del 2009 (622 milioni di incassi). Le speranze erano per un consolidamento dei risultati raggiunti, ma a meno di significativi successi nella seconda parte dell’anno, non sembra che il 2012 possa confermare il dato del 2011.

All’interno di questo quadro, il cinema italiano ha visto rafforzare significativamente la sua quota di mercato passando, per numero di presenze, dal 31,9% del 2010, dato comprensivo anche della quota del 2,3% attribuibile alle coproduzioni, al 37,5% del 2011, anche in questo caso si tratta di un dato comprensivo della quota delle coproduzioni, pari a circa il 2%. Valutato dal punto di vista dell’incasso, la quota italiana è più bassa, ma sempre in forte crescita, si passa infatti dal 29,1% del 2010 al 35,5% del 2011. In numeri assoluti, le presenze in sala per i film italiani, sempre ricomprese anche le coproduzioni, hanno raggiunto nel 2011 la cifra di 38 milioni, per un incasso di 235 milioni di euro, rispetto ai 35,1 milioni del 2010, per un incasso di 214,5 milioni di euro. Anche nell’inizio di quest’anno, secondo i dati al 15 aprile, le presenze in sala per i film italiani hanno confermato il dato complessivo dello scorso anno, attestandosi al 38,47%, con solo lo 0,48% attribuibile a coproduzioni. Per inciso, sia detto che lo stesso periodo del 2011 aveva visto una quota di film italiani significativamente maggiore, quasi il 55% delle presenze, dato peraltro in larga parte attribuibile allo straordinario successo di “Che bella giornata”.

La crescita del cinema italiano, seppur in un mercato in sofferenza, è un dato stabile e che appartiene ad un trend consolidato, se infatti si prendono in considerazione gli ultimi anni, la quote delle presenze in sala attribuibile al cinema italiano era del 20,5% nel 2004 (con un 6,5% derivante da coproduzioni), del 24,8% nel 2005 (con 6,1% imputabile alle coproduzioni), del 25% nel 2006 (con il 4,5% imputabile alle coproduzioni), del 31,9% del 2007 (con il 4,9% derivante dalle coproduzioni), del 29,3% del 2008 (1,4% attribuibile alle coproduzioni), del 24,35% nel 2009 (solo lo 0,87% derivante da coproduzioni). Molto simile la curva degli incassi, che ha cominciato a discostarsi in maniera sensibile dalla curva delle presenze solo dal 2009 in poi, soprattutto per l’introduzione del 3D e di politiche di prezzo differenziate: si passa infatti dal 20,3% del 2004, al 24,7% del 2005, al 24,8% del 2006, al 31,7% del 2007, al 29% del 2008, al 23,4% del 2009, al 29,1% del 2010.

Il numero complessivo dei film italiani prodotti è stato nel 2011 di 155 (di cui 132 interamente italiani e 23 in coproduzione) era di 142 nel 2010 (115 interamente italiani e 27 in coproduzione). Di quelli interamente a capitale italiano, 39 film hanno avuto un budget inferiore a 200.000 euro, 21 film un budget tra 200.000 e 800.000 euro, 15 film tra 800.000 e 1.500.000 euro, 16 film da 1.500.000 a 2.500.000 euro, 10 film da 2.500.000 a 3.500.000 euro, infine 31 film un budget superiore a 3.500.000 euro.

Sebbene non sia questa la sede per passare da una mera presentazione di alcuni dati ad una analisi qualitativa del cinema italiano, sicuramente molto più lunga e difficile, ci sembra possa affermarsi come negli ultimi due anni, pur in presenza di dati complessivamente positivi, stia in particolare soffrendo il cinema d’autore popolare, quel cinema cioè che, seppur d’autore, è in grado di raggiungere il grande pubblico. Sebbene sia difficile definire cosa sia o meno un film d’autore, e anzi forse occorrerebbe interrogarsi sull’utilità stessa di una simile definizione, è certo che nel comune sentire rimane ancora appare possibile differenziare un cinema di puro intrattenimento da un cinema più autoriale. Scorrendo la classifica dei film con maggiore incasso del 2011, ci sembra che il primo film italiano d’autore sia “This must be the place” diretto da Paolo Sorrentino e interpretato da Sean Penn, con un incasso di 6.069.000, piazzato al 27° posto. Poco più in basso, al 29° posto, troviamo “Habemus Papam” di Nanni Moretti, con 5.857.000 euro di incasso. Dopo questi due film, a meno di nostri errori, occorre scendere di parecchie posizioni prima di incontrare altre opere in qualche modo etichettabili come film d’autore. Ciò può essere in parte dovuto a fattori contingenti o dipendenti dai singoli film e non dal sistema, ma ci sembra che sia ampiamente avvertita la sensazione delle difficoltà che incontrano innanzitutto in fase di reperimento delle risorse e poi di distribuzione i film d’autore italiani, quelli che si possono indicare, secondo la definizione della legge, come rispondenti ad un “interesse culturale nazionale”.

È in questa situazione di mercato che deve operare la Direzione Generale per il Cinema e orientare risorse e strumenti normativi. E qui veniamo alle tre linee di intervento di cui dicevamo.

Riguardo le risorse, i dati pubblicati dalla Direzione Generale per il Cinema nel suo rapporto annuale evidenzierebbero dal 2007 al 2010 non una diminuzione, ma soltanto una rimodulazione delle risorse complessive. L’intervento dello Stato nel settore è stato pari a 133 milioni euro nel 2007, a 125 milioni nel 2008, a 144 milioni nel 2009, a 132 milioni nel 2010, di questi una parte tra i 35 e i 40 milioni è andata, in ciascun anno, agli enti di settore (Cinecittà, Centro Sperimentale e Biennale di Venezia) e tra gli 8,5 milioni e gli 11 milioni per la promozione del settore in Italia e all’estero. Per il 2011 non abbiamo ancora i dati, che verranno pubblicati dalla Direzione Generale per il Cinema, ma sommando i fondi FUS destinati al cinema (circa 75 milioni) e l’insieme delle agevolazioni fiscali, la circa dovrebbe aggirarsi intorno ai 140 milioni, di cui circa 40 milioni agli enti di settore e alla promozione. Per il 2012, stante la previsione dell’art. 24 della legge 183 del 2011, che destina al FUS le somme stanziate per le agevolazioni fiscali (complessivamente pari a circa 90 milioni ogni anno) ma non utilizzate, la cifra totale potrebbe addirittura aumentare.

Se quindi nel suo complessivo ammontare l’intervento statale non si è sostanzialmente modificato, sono mutate, in maniera a nostro avviso troppo radicale e troppo repentina, le modalità dell’intervento, soprattutto per quanto riguarda i contributi alla produzione. Nel 2007 i contributi di tipo discrezionale, o sarebbe meglio dire qualitativo, e diretto alla produzione cinematografica (contributi per i lungometraggi di interesse culturale, per le opere prime e seconde, per i cortometraggi, per lo sviluppo sceneggiature e premi di qualità) sono stati pari a 50,78 milioni di euro. I contributi automatici, concessi sulla base dei risultati del box office e non soggetti ad una valutazione della rilevanza culturale del film, sono stati pari a 20,4 milioni di euro. Nel 2008, per le stesse linee di intervento sono stati destinati rispettivamente 43,3 milioni e 23,5 milioni. Nel 2009, rispettivamente 36,1 milioni e 30 milioni. A decorrere poi da tale anno hanno cominciato ad avere efficacia gli incentivi fiscali che per la produzione di film italiani (cosiddetto “tax credit interno”), complessivamente pari nel 2009 a 10,3 milioni. Nel 2010 i contributi diretti sono stati pari a 27,1 milioni, i contributi percentuali sugli incassi a 4,3 milioni, il tax credit per la produzione di film italiani è stato pari a 40,1 milioni. Per il 2011, anche se non abbiamo i dati ufficiali, il sostegno diretto dovrebbe essere stato pari a 19,7 milioni di euro, i contributi percentuali sugli incassi pari a 20 milioni, il tax credit autorizzato per la produzione pari 38,9 milioni, quello riconosciuto in favore degli investitori esterni pari a circa 7,7 milioni di euro.

Negli ultimi anni c’è stato quindi un sostanziale spostamento da forme di sostegno diretto, in favore di film riconosciuti di rilevanza culturale, a forme di sostegno indiretto, sia nelle forme dei contributi percentuali sugli incassi, ma soprattutto del credito di imposta, concesso sostanzialmente alla quasi totalità dei film italiani. Si è passati in altre parole da un sostegno incentrato sui film di interesse culturale e quindi sulla valutazione del valore del singolo film ad un sostegno all’industria cinematografica complessiva, senza particolare riguarda al “merito” dei film. Tale diversa impostazione, che sia frutto di una consapevole e specifica scelta oppure la risultante di una pluralità di misure e di situazioni di fatto, deve essere attentamente valutata. Essa infatti finisce per privilegiare solo uno dei due aspetti che compongono l’opera cinematografica, quello industriale, svalutando l’aspetto più propriamente culturale. Si tratta di un’opzione che, a lungo andare, è errata da un punto di vista di politica legislativa, l’industria cinematografica ha infatti un valore che travalica gli aspetti prettamente economici, e miope da un punto di vista industriale perché tende a favorire una produzione omogenea, a scapito della diversità di generi e della emersione di nuovi talenti.

La modulazione degli incentivi pubblici merita pertanto di essere corretta. Senza entrare in possibili modifiche legislative, che potrebbero permettere le scelte più diverse, a legislazione vigente i correttivi possono essere operati sull’allocazione delle risorse, specificamente dei fondi derivanti dal FUS, che dovrebbe lasciare più spazio alle opere di interesse culturale, e sui contributi percentuali sugli incassi, di cui è in emanazione il nuovo decreto tecnico. In relazione ad essi, pur nella necessità di saldare i debiti pregressi, potrebbe essere opportuno procedere ad una diversa ripartizione delle aliquote, escludendo i contributi oltre una soglia di incasso più bassa di quella fino ad ora stabilita, e prevedere meccanismi specifici in favore dei film di interesse culturale. Al fine poi di evitare che si ripresentino situazioni di debito eccessivo, come quelle avute negli scorsi anni, appare preferibile che la somma da destinarsi ai contributi sia predeterminata ogni anno, con ripartizione proporzionale tra gli aventi diritto nel caso in cui i contributi dovuti superino la somma stanziata. In tale direzione, come indicato dal dott. Borrelli, si è mosso il decreto di prossima emanazione e l’attività del MiBAC.

In un’ottica di più lungo periodo, e nell’ambito della revisione complessiva delle forme di incentivazione al settore che potrebbe essere necessario adottare nel 2013/2014 a seguito dell’emanazione della nuova comunicazione della Commissione Europea sugli aiuti di stato nel campo cinematografico, sarebbe preferibile riequilibrare l’intervento pubblico con un rafforzamento delle forme di aiuto diretto. Sempre in tale ambito è a nostro avviso necessario un ripensamento del cosiddetto “tax credit esterno”, e cioè degli incentivi fiscali per le imprese non appartenenti al settore cinematografico che intendono investire nella produzione di opere filmiche. Mentre infatti il tax credit interno, quello concesso alla produzione, ha dato buoni risultati nell’applicazione pratica, dimostrandosi un importante incentivo alla produzione di film di nazionalità italiana, e lo stesso può dirsi per quello di distribuzione, il tax credit esterno, in parte per la resistenza di imprese non avvezze all’investimento nel cinema ad apportare somme per la produzione, un po’ per la strutturale difficoltà economica che incontrano i film, soprattutto quelli di interesse culturale, ha avuto esiti non brillanti. Non discutiamo qui della partecipazione delle imprese e delle somme apportate, che hanno raggiunto anche cifre rilevanti, quanto dell’effettivo beneficio netto che da tali operazioni è giunto alla produzione, e che, in molti casi, non è poi maggiore del costo, in termini di riduzione d’imposta, sopportato dall’erario, ma anzi ad esso inferiore. Sebbene dirlo possa sembrare anacronistico e un po’ controcorrente, probabilmente a parità di costo per le casse pubbliche, un incentivo diretto di pari ammontare sarebbe stato più incisivo per la produzione.

La seconda linea di intervento è quella che interessa l’esercizio. È ormai opinione condivisa che la difesa della centralità della sala, e soprattutto della sala cittadina, sia l’indispensabile corollario della difesa del cinema italiano. Per ragioni non solo anagrafiche, le sale cittadine, per lo più monoschermo o piccoli multiplex, sono quelle dove più forte è il consumo di cinema italiano e soprattutto di cinema italiano d’autore. Le monosale hanno rappresentato nel 2011, l’8,58% dell’incasso totale, pur contando per quasi il 17% degli schermi, ma rispetto al cinema italiano hanno incassato circa il 12% del totale. Le sale da 2 a 4 schermi, coprendo il 26% del numero di schermi totali, hanno incassato il 18% circa del box office complessivo, ma il 20,5% del totale incassi del cinema italiano. Gli impianti da 5 a 7 schermi, circa il 17,5% degli schermi e del box office complessivo, hanno rappresentato poco più del 17% degli incassi del cinema italiano. Infine, gli impianti con oltre 7 schermi, a fronte del 39,4% del numero di schermi totali, hanno incassato il 55,8% del box office complessivo, ma solo il 50,4% circa di quello riferibile al cinema italiano. Se le cifre complessive sembrano indicare una ripartizione del cinema italiano piuttosto uniforme, e pur se, rispetto al 2010, la crescita maggiore del cinema italiano è stata proprio nei grandi impianti con oltre 7 schermi, sarebbe sbagliato dimenticare che il cinema italiano d’autore è concentrato soprattutto nelle sale cittadine e che, tra i film italiani, sono quasi esclusivamente le commedie di successo quelle che riescono a uscire con buoni risultati nei grandi multiplex.

Senza entrare nella discussione sul modello di business delle monosala, e la sua redditività o meno, e nell’ottica di favorire anche la diffusione del cinema italiano nei multiplex, ci sembra necessario un intervento forte da parte della Direzione Generale per il Cinema in favore delle sale e soprattutto di quelle che programmano cinema italiano e d’autore. Un passo importante sono gli incentivi fiscali per la digitalizzazione, che hanno trovato alcune difficoltà applicative per i piccoli esercenti, spesso incapaci di finanziare l’anticipazione di spesa necessaria all’ammodernamento degli impianti e poi generatrice del credito di imposta. In proposito la Direzione Generale è attiva nel ricercare le possibili soluzioni e alcune saranno indicate dal dott. Borrelli nella sua intervista. A nostro avviso però, sono altrettanto essenziali i programmi di incentivazione del cinema d’autore: i contributi alle sale d’essai e il programma schermi di qualità, programmi dove peraltro anche i multiplex sono presenti e attivi. Anche a costo di distogliere risorse da altre linee d’intervento, ci sembra necessario dare priorità a queste due forme di sostegno ed eventualmente verificare la possibilità di istituire contributi per la riapertura delle sale cittadine.

L’allontanamento delle sale cinematografiche dai centri cittadini non corrisponde infatti alla semplice sostituzione di un luogo a un altro, ma cambia le modalità di fruizione dell’opera cinematografica, favorisce un certo tipo di pubblico a scapito di un altro e finisce per modificare le scelte di produzione. Non si tratta di considerare un certo cinema migliore o peggiore di un altro, ma di difendere modalità diverse di fruizione dello spettacolo cinematografico e diversità dell’offerta di opere cinematografiche. Gli interventi sulla dislocazione territoriale delle sale non possono certo essere attribuiti solo all’amministrazione statale, essendo in gran parte responsabilità degli enti locali, tuttavia la Direzione Generale per il Cinema, oltre ai programmi prima indicati, dovrebbe farsi promotore di tavoli tecnici con i vari enti locali per verificare quali strade possano essere intraprese per evitare il progressivo smantellamento del tessuto dei cinema cittadini.

Infine, l’ultimo asse di intervento: quello che interessa la percezione pubblica dell’opera cinematografica e investe le televisioni, ma anche le scuole e in genere la comunicazione della e sulla cultura. Lasciando da parte il ruolo che le scuole potrebbero svolgere nell’educazione al cinema come mezzo di espressione che nei suoi migliori risultati non ha niente da invidiare alle altre forme d’arte, è essenziale, nello stesso ambito, l’intervento delle televisioni. Strumenti per procedere in tal senso sono forniti dal Testo unico sulle radiotelevisioni, il decreto legislativo 177/2005, nel testo riformato nel 2010, che prevede quote obbligatorie di programmazione e di investimento per le opere cinematografiche di espressione originale italiana recenti. Il Direttore Borrelli ha confermato quanto già anticipato in altri incontri pubblici e quindi è legittimo attendersi presto novità circa il decreto congiunto del MiBAC e del Ministero per lo Sviluppo Economico che dovrebbe fornire la definizione di opere cinematografiche di espressione originale italiana recenti e stabilire le quote di programmazione e investimento a esse riservate nell’ambito delle più ampie quote previste per le opere europee. Questo dovrebbe, da un lato, permettere di riportare nella programmazione televisiva le opere cinematografiche che sono sostanzialmente sparite da molti palinsesti e, dall’altro lato, impegnare le televisioni free quantomeno a mantenere i livelli di investimento nella produzione cinematografica degli ultimi anni e incrementare i livelli di investimento delle televisioni a pagamento nel cinema.

Obblighi di investimento e di programmazione non appaiono però da soli sufficienti per sostenere il produttore indipendente e difenderlo dal potere debordante dei network televisivi. Per sostenere la produzione indipendente, scopo delle direttive comunitarie di cui il decreto legislativo 177/2005 è attuazione, riteniamo che occorra intervenire su almeno cinque aspetti, modificando in particolare l’art. 44 del decreto: (i) specificazione delle modalità con quali deve estrinsecarsi l’obbligo di investimento delle televisioni (preacquisto, acquisto, investimento in produzione); (ii) previsione di un obbligo di investimento di quota parte del complessivo nella modalità del preacquisto (sia per la free che la pay tv); (iii) fissazione di limiti all’investimento in produzione, in modo che sia lasciata una quota al produttore indipendente e il suo ruolo non sia ridotto a quello di mero produttore esecutivo su commissione delle emittenti; (iv) previsione di obblighi di investimento specifici in opere prime o seconde o a basso budget, in modo da tutelare la diversificazione dell’investimento e favorire la diversità delle opere; (v) rideterminazione delle sanzioni per il mancato rispetto degli obblighi.

Su questi tre linee di intervento, e pur nelle ristrettezze delle risorse complessive, dovrebbe a nostro avviso concentrarsi l’azione pubblica nel settore cinematografico.

Alessio Lazzareschi

Clicca qui per vedere l’intervista a Nicola Borrelli, Direttore Generale per il Cinema del MiBAC

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