La mia vita è uno zoo. Una romantica commedia sull’elaborazione del lutto

Benjamin Mee lavora come reporter in una testata giornalistica per la quale firma servizi d’avventura, reportage ad alto tasso di rischio che affronta da anni con consumata professionalità; allo stesso tempo, dopo la prematura morte della moglie, è costretto a crescere da solo i suoi due figli, e a smarcarsi dalle avances di avvenenti single che vorrebbero “aiutarlo” a superare il trauma della perdita. Benjamin decide, nel tentativo di frenare i crescenti moti di ribellione di Dylan, il figlio maggiore, di acquistare una proprietà terriera fuori città, divenendo proprietario di uno zoo che versa in stato di semiabbandono. Con l’aiuto del personale che da anni alleva gli animali che popolano il bioparco (tra cui la caparbia veterinaria interpretata da Scarlett Johansson) tenterà, tra mille difficoltà e imprevisti, di ottenere la licenza per poter riaprire il giardino zoologico.

Il film che Cameron Crowe ha scritto assieme ad Aline Brosh McKenna, la sceneggiatrice di Il diavolo veste Prada, ricorda, per le tematiche trattate, quel Paradiso amaro che in questa stessa stagione cinematografica ha visto come protagonista George Clooney, ma ne La mia vita è uno zoo l’aspetto più drammatico della storia, l’elaborazione di un lutto da cui è impossibile affrancarsi, viene stemperato nei toni della commedia per famiglie a sfondo romantico.

La pellicola si avvale della fotografia luminosa di Rodrigo Prieto per sottolineare, in maniera spesso ridondante, l’aspetto salvifico dei paesaggi naturali in cui la famiglia Mee si confina per ritrovare la serenità perduta e si compiace nell’uso di una colonna sonora che usa, con insistenza quasi ossessiva, canzoni accattivanti per accompagnare i momenti di svolta emotiva dei diversi personaggi. La regia di Crowe è funzionale alla narrazione ma rimane semplicistica, nessuna sottolineatura di stile aiuta una storia che, per buona parte, procede sicura su binari ben collaudati, trovando, solamente con l’avvicinarsi dell’atto finale, idee di scrittura più originali ed efficaci. Il cast si avvale di ottimi caratteristi a cui non viene dato il giusto spazio per emergere, tra tutti una brava Elle Fanning che presta il suo talento a una banale sottotrama.

Nonostante il semplicismo che affligge il film (e il bruttissimo titolo scelto dalla distribuzione italiana – We bought a zoo in originale -), l’intera vicenda si lascia seguire con piacere, e Matt Damon è credibile ed efficace nel restituire con talento i momenti di dubbio e gli attimi di slancio che caratterizzano il suo personaggio, specialmente nelle riuscite scene di contrasto-incontro con il giovane e bravo Colin Ford.

Marco Moraschinelli

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