Box Office e baruffe critiche

Il mese di maggio che abbiamo alle spalle ha segnato l’ulteriore ribasso degli incassi al box office, con un aggravio delle posizioni del cinema italiano.

Nei primi 4 mesi dell’anno siamo scesi al 16%, rispetto al 37% del 2011. Un deficit davvero impressionante. E ciò, nonostante gli incassi complessivi al botteghino nel mese di aprile abbiano avuto una crescita esponenziale rispetto al 2011: + 44%. Il cinema prodotto in Francia, per esempio, sale vertiginosamente dallo 0,33% al 9,78% grazie all’exploit soprattutto di due film, il pluridecorato all’Oscar The Artist e il super successo Quasi amici.

Giusta la preoccupazione per la debolezza degli incassi dei film nazionali, ma attenzione a pesare tutto sul box office. Infatti ci sono film che scarseggiano in sala e poi riconquistano posizioni sugli altri mercati, dall’home video, alla tv a pagamento, vedi Sky, alla tv in chiaro, vedi Rai e Mediaset.

La primavera ha visto anche una polemica serrata sul tema del cinema cosiddetto di qualità, o di impegno o d’autore, e il cinema più commerciale. Il critico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti ha sparato a zero contro il critico del Manifesto e Dagospia, Marco Giusti, accusandolo di catapultare all’onore delle cronache e della critica il peggio del cinema.

Giusti, a detta di Mergehetti, con il suo elogio dello “stracultismo”, concorrerebbe all’involgarimento degli epigoni della commedia all’italiana, “dove gusto goliardico ed elogio del disimpegno, piacere dell’oltraggio e voglia di provocazione finiscono per mescolarsi in un nuovo (e più subdolo) populismo cinefilo”. Puntuale la replica di Giusti: “era dalla fine del ‘900, che non sentivo parlare di cinema populista. si sarà risvegliato qualche dinosauro”.

Sul mestiere del critico, ormai in caduta libera, ho riportato le cronache dal fronte americano nel mio libro fresco di pubblicazione Un giorno quest’America (Aliberti editore). Con un atto di palese pubblicità ne consiglio vivamente la lettura, perché molto divertente.

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