The Blues Brothers. Il film-mito di Landis torna in sala

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su ilVostro.it

Chissà se l’operazione-nostalgia stavolta funzionerà. Certo The Blues Brothers, inteso come film, è una certezza, al pari di Pretty Woman che fa sempre ottimi ascolti in tv, dopo infinite repliche. Certi film li conosci a memoria, scena dopo scena, battuta dopo battuta, e tuttavia vuoi capire ogni volta se rifiorisce il miracolo nel vederlo di nuovo.

La notizia è semplice. Il 20 e 21 giugno, in centinaia di copie ma solo per due giorni, torna in sala il classico di John Landis interpretato dai fratelli Blues, ovvero John “Jake” Belushi e Dan “Elwood” Aykroyd. Versione restaurata e digitalizzata, che Universal e Nexo Digital stanno promuovendo come un vero e proprio evento nel trentennale della tragica morte di Belushi, però avvenuta il 5 marzo del 1982.

Magari sarebbe stata una buona idea mostrare la versione lunga, “extended”, curata qualche anno fa proprio da Landis e uscita in dvd Blu-Ray: con 10 – c’è chi dice 15 – minuti in più rispetto ai 133 canonici. Ma ci sarebbe stati problemi col doppiaggio, bisognava richiamare ai microfoni Massimo Giuliani (Belushi) e Piero Tiberi (Aykroyd), quindi spendere anche su quel versante. Per due giorni di “proiezioni speciali” evidentemente non valeva la pena.

E tuttavia i fan del mitico film sono avvisati. Proprio il 13 maggio scorso è morto, nel sonno a Tokyo dopo un concerto, una delle colonne della band, Donald “Duck” Dunn, il bassista con la pipa e la barba dal sorriso simpatico. Rivedere sul grande schermo The Blues Brothers sarà anche un modo per rendergli omaggio. Perché era un grande, ben da prima di essere ingaggiato dai due mattacchioni del Saturday Night Live, il programma televisivo comico molto in voga negli anni Settanta, da cui tutto scaturì.

Ricorderete una delle battute iniziali, la spara Elwood dopo aver caricato sulla Blues-Mobile, una Dodge Monaco del 1974 dai poteri quasi magici, il fratello Jake appena uscito di prigione: «Sono 126 miglia per Chicago. Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio e portiamo tutt’e due gli occhiali da sole». Certi film, e quello di Landis è uno di questi, sembrano come piantati, al di là della loro qualità artistica, in quella che un tempo veniva detto immaginario collettivo. Per anni s’è ballato alle feste di compleanno con Free di Aretha Franklin o col Peter Gunn Theme, non c’è gruppo blues che si rispetti che prima o dopo non esegua dal vivo Sweet Home Chicago, le mosse scomposte e divertenti di Belushi & Aykroyd sono state da tutti imitati, modi di dire come «Siamo in missione per conto di Dio» o «Io li odio i nazisti dell’Illinois» ancora oggi rimbalzano nelle chiacchiere quotidiane o negli articoli sui giornali.

E pensare che, all’inizio, nessuno pensava che quel pazzo, fracassone e goliardico film musicale da 27 milioni di dollari, per quanto arricchito di presenze illustri e stupefacenti inseguimenti, avrebbe avuto un tale successo planetario. Quando uscì negli Usa, il 16 giugno 1980, i più autorevoli critici parlarono di «imbecille stramberia», di «saga presuntuosa», di «disastro annunciato»; e in effetti in patria incassò 57 milioni di dollari, neanche tanto, forse perché i Blues Brothers erano già noti in tv. Nel resto del mondo scoppiò invece la mania, per ragioni in buona misura imperscrutabili ma di sicuro contagiose. In Italia debuttò il 13 novembre del 1980 e ci volle qualche giorno prima che giovani e meno giovani accorressero in massa (ricordo ancora le file serali al romano Ariston 2, oggi non esiste più). La vendita degli occhiali Ray-Ban subì un’impennata all’istante.

In fondo John Landis aveva visto giusto. Prendere due comici-imitatori con la passione del blues, anzi del rhythm’n blues, uno basso e ciccione l’altro alto e magro, circondarli di musicisti illustri e avanti con gli anni, da Ray Charles a James Brown, da Cab Calloway a John Lee Hooker, e lanciarli in una folle impresa sul filo dei minuti per trovare 5.000 dollari, necessari a non far chiudere l’orfanotrofio gestito da una suora dittatrice, detta “la Pinguina”. Anni dopo perfino l’Osservatore Romano si sarebbe interrogato sul successo di The Blues Brothers, trovandolo «un film memorabile, cattolico stando ai fatti».

Proprio su ilVostro.it abbiamo ricordato, qualche giorno fa, una cantonata del doppiaggio da pochi colta all’epoca. Laddove Aykroyd, ringraziando il vecchio Calloway per avere cresciuto i due orfanelli, sospira: «Mi ricordo quando in cantina ci cantavi i blues e ci suonava l’arpa». L’arpa? Non sapeva, l’adattatore, che in inglese harp significa anche armonica a bocca. Proprio quella che Aykroyd tira fuori dalla sua misteriosa valigetta legata al polso da una manetta. Appunto: A Briefcase Full of Blues. Proprio come i due fratelli avevano intitolato il loro primo album nel 1978, due anni prima di girare il folle film che li avrebbe eternati.

Michele Anselmi

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