Addio a Giuseppe Bertolucci, artista sensibile e appartato

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Lanciò Roberto Benigni al cinema, nel 1977, col ruspante, pure molto stroncato e censurato, “Berlinguer ti voglio bene”. Ma Giuseppe Bertolucci, da Parma, classe 1947, fratello minore di Bernardo e figlio di Attilio, è stato tante altre cose. Non solo regista: sceneggiatore, drammaturgo, attore, saggista d’arte e poesia, presidente della Cineteca di Bologna. Sfibrato da un tumore, il “piccolo” Bertolucci è morto a Diso, nel Salento, dove aveva una casa così lontana dalla natia Emilia, accanto alla moglie Lucilla Albano. «Gli devo tutto. Ho passato con lui gli anni più belli della giovinezza. Era il mio primo amico, il mio primo regista, il mio primo autore. Mi ha insegnato a leggere la poesia, a muovermi, a camminare nel mondo, a guardare il cielo a capire da che parte arriva la bellezza e a riconoscerla. E l’audacia, e il coraggio» ha commentato Benigni arrivando nel paesino pugliese, dove è stata allestita la camera ardente, nell’ex convento dei frati cappuccini.

Robusto nel fisico, dotato di sguardo ironico e di voce elegante, così simile a quella di Bernardo anche in un certo birignao, Giuseppe Bertolucci non è stato cineasta di successo, benché molti dei suoi film abbiano partecipato a festival. Capita spesso ai secondogeniti, nel cinema come nella canzone, costretti a misurarsi con carriere familiari ingombranti. Nel suo caso un padre poeta inimitabile e un fratello regista vincitore di un Oscar.

Nel 2011, pubblicando per Bompiani “Cosedadire: scritti, interventi, ritratti”, aveva vergato una sorta di testamento spirituale. «L’unica cosa che conta è continuare a porsi delle domande, tante domande. Sarà perché, tra tutti i segni grafici che quotidianamente usiamo nella pratica della scrittura, il punto interrogativo – quel ricciolo magico che rimane sospeso nell’aria in fondo a una frase – è il più elegante e l’unico che non chiude, ma spalanca le porte dell’ignoto e della sorpresa?» teorizzava. Colto e divagante, sempre curioso delle donne, Bertolucci è stato un intellettuale spiazzante nei gusti e nelle scelte, in fondo poco “organico”, benché a lungo vicino al Pci, tanto da girare nel 1980 un film-inchiesta commissionato dal partito, “Panni sporchi”. Del resto, veniva da una famiglia speciale. Non a tutti capita di crescere frequentando Pasolini, Zavattini, Moravia, Caproni, Sanguineti, Guerra, Soldati, Fellini; per quanto di quest’ultimo dicesse: «L’ho sempre guardato da lontano, certo con ammirazione, ma anche con diffidenza e sospetto».
Gli piaceva misurarsi, quasi in un dolce corpo a corpo psicoanalitico, con le poesie scritte per lui dal padre, come “Giuseppe in ottobre” o “ Il taglio dei riccioli”, ma poi nei suoi film raccontava perlopiù storie di donne, fuori dai toni epici del fratello, dentro una dimensione minimalista, introspettiva, spesso buffa. “Strana la vita” recita infatti il titolo di uno dei suoi film più riusciti, con Diego Abatantuono perso tra le donne. Altri suoi lavori? “Oggetti smarriti” con Bruno Ganz e Mariangela Melato, “Segreti segreti” con Lina Sastri terrorista, “I cammelli” ancora con Abatantuono, “Amori in corso” con Amanda Sandrelli, “Troppo sole” con Sabina Guzzanti, “Il dolce rumore della vita” con Francesca Neri, “L’amore probabilmente” con Sonia Bergamasco.

Poi è vero, “Berlinguer ti voglio bene”, fece la sua fortuna di regista e al tempo stesso lo inchiodò a un cliché. Il film nacque da un monologo teatrale scritto insieme a Benigni nel 1975: “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia”. Due anni dopo, su iniziativa di Gianni Minervini e Antonio Avati, diventò un film e lì per lì molti non capirono, anche a sinistra. Troppo scurrile, sperimentale e strambo, quasi un cine-Ufo. Ricorderete, forse: «Noi semo quella razza che non sta troppo bene / che di giorno salta i fossi e la sera le cene, / lo posso grida’ forte, fino a diventa’ fioco, / noi semo quella razza che tromba tanto poco» rimeggiava in bicicletta Carlo Monni, detto Bozzone, portando in canna Benigni, appunto Cioni Mario. Un lunare sottoproletario toscano dalle inguardabili giacche a scacchi che passa il tempo con gli amici al bar, in sezione o al cinema a vedere film porno. Sessualmente bloccato, un bischero preso da discorsi strani su Dio, la morale e le donne, detestato dalla madre contadina creduta morta (invece era uno scherzo degli anici). Memorabile il dibattito con le due femministe alla Casa del Popolo Majakovskji, una volta interrotta la tombola per il momento culturale, sul tema: “Pole la donna permettisi di pareggiare coll’omo?”. «No» la risposta dei maschi iscritti al Pci.

Era persona gentile, dai tratti malinconici, con Pasolini, definito «prossimo nostro», sempre nel cuore. Nel 2002, lui così allergico alle onorificenze, era diventato Grand’Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.

Michele Anselmi

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