Paura 3D. Francesca Cuttica in ruolo estremo per i Manetti

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Se l’anno scorso, con ”L’arrivo di Wang”, aveva dovuto sottoporsi a un corso intensivo di cinese per fingersi interprete di un alieno che parla mandarino, stavolta la sfida s’è fatta ancor più impegnativa. Per quasi tutto “Paura 3D” dei romani Manetti Bros, al secolo Marco e Antonio Manetti, l’attrice Francesca Cuttica si muove nuda: incatenata in cantina, i capelli scuri scarmigliati, il seno acerbo, il pube vistosamente rasato per farlo assomigliare a quello di una bambina. Non per nulla il film, nelle sale da venerdì in 220 copie targato Medusa (a Genova nei cinema Uci e The Space), doveva chiamarsi “L’ombra dell’orco”. Solo alla fine s’è optato per un titolo più diretto e meno allusivo, appunto “Paura”, con tanto di effetto tridimensionale incorporato.

Genovese, classe 1983, bionda, snella e dai tratti gentili, formatasi alla Quinta Praticabile di Modestina Caputo e Aldo Amoroso, batterista e suonatrice di ukulele a tempo perso, Cuttica è diventata la “musa” dei Manetti. «Non esageriamo. Più che musa, direi feticcio. Mi piacerebbe ispirare i loro film, ma non siamo a quella fase. Con loro però ho ritrovato il piacere di recitare, non c’è il rischio di ripetersi, ci si sente leggeri sul set, quasi a casa» spiega sottovoce.

Anche in questo caso? Lei fa Sabrina, una ragazza segregata da dieci anni negli scantinati bui di una villa romana, ad opera di un eccentrico marchese incarnato da Peppe Servillo, leader degli Avion Travel e fratello di Toni. L’uomo, azzimato e silenzioso, colleziona auto d’epoca alle quali dà nomi femminili. «Sono rimasta turbata dalla vicenda di quella povera ragazza austriaca, Natascha Kampusch, tenuta segregata per 3096 giorni da un altro orco. Ho letto il suo libro. In qualche modo il film parla anche di lei» sostiene l’attrice.

Non che sia stato facile, per Cuttica, accettare la parte. Quasi sempre spogliata, depilata nelle parti intime riprese con insistenza, sporca, tumefatta e offesa, anche se non tutto, nella storia, è come sembra. «Pensavo di non essere pronta per un tour de force simile. I Manetti esitavano a offrirmi il ruolo, cercavano un’altra attrice, ma molte si sono negate. Alla fine mi sono fatta sotto». L’attrice, esagerando un po’, parla «di triplo salto mortale nel buio», però conviene: «Il mio mestiere è recitare, portando se necessario ai limiti estremi paure, disagi, tabù. Per fortuna non è un film realistico, è un horror di genere, anche se attinge con un certo rispetto a una storia tragica. Per quanto duro e spaventevole, restava pur sempre un gioco, di cui sorridere a fine giornata sul set».

Tuttavia Cuttica ammette di aver posto una condizione: l’uso di una controfigura, è un’attrice porno, tal Betty P, nella scena cruciale in cui il marchese rasa con cura certosina il pube di Sabrina, il tutto ripreso quasi in primo piano, scelta audace nel cinema italiano, non fosse altro per il timore di incorrere nel divieto ai minori di 14 anni, puntualmente imposto ieri pomeriggio dalla commissione di censura. «La verità? Sarei entrata nel panico. Sono una donna timida e riservata, ho dovuto forzarmi per stare nuda tutto il tempo e in quelle condizioni. L’intimità più intima no, sarei arrossita per l’imbarazzo, avrei rovinato tutto» confessa. Si può capire.

E il film? I riferimenti a “Racconti notturni” di Ernst T. Hoffmann, specie “L’uomo di sabbia”, o le strizzatine d’occhio cinefile ai film di paura di Mario Bava e Sergio Martino non vanno presi sul serio. Frammenti di civettuola goliardia, dal sapore stracult, come la sequenza di “Il corpo presenta tracce di violenza carnale”. La sostanza, nel cinema dei Manetti, sta nel reinventarsi ogni volta restando fedeli a se stessi, con gusto burlone, benché stavolta tutto tenda al nero. Bombardato dalle musiche del genovese Pivio, “Paura” maneggia in chiave di psycho-thriller-sado-horror una vicenda così sintetizzabile: tre giovanotti di periferia, non ladri, si introducono nella sontuosa villa del suddetto marchese pensando che l’aristocratico torni il lunedì successivo, ma un guasto alla vecchia Rolls-Royce provoca un cambio di programma. Decisamente al sangue. Carino il rap di Danno (Colle der Fomento) che scandisce nell’incipit: «Questa Roma / città senza pietà / dove ognuno ce prova / e nessuno ce la fa». Santa verità.

Michele Anselmi

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