The Zen of Bennett: l’uomo e il divo

Un profondo senso di appagamento interiore e un’instancabile voglia d’imparare dagli altri e dalla vita. La coscienza di aver fatto della propria passione un mestiere (e quindi, come lui stesso ammette, di non aver mai lavorato veramente) e una cravatta glamour, sintomo di vero stile, sempre alla moda e sempre al collo. Insomma, 85 anni e non sentirli. Questo, e non solo questo, è l’elisir di lunga e quieta vita di Tony Bennett illustrato nel docu-film The Zen of Bennett, ideato, creato e prodotto dal figlio Danny.

Presentato come fiore all’occhiello del primo Tribeca Firenze, siamo di fronte ad un documentario che illumina con un’aura allo stesso tempo ascetica e pragmatica la carismatica figura di uno dei crooner più amati e noti al mondo, sulla cresta dell’onda da oltre sessant’anni. Girato nei giorni in cui il cantante è intento a registrare la sua ultima raccolta di duetti con grandi star canore come Lady Gaga, Aretha Franklin, Amy Winehouse, Michael Bublè, John  Mayer, Andrea Bocelli, l’immagine nitida e sincera che arriva allo spettatore è quella di un grande saggio, un grande vecchio, dotato di sapienza ed equilibrio, così come di innata simpatia. Lo ascoltiamo raccontare aneddoti ed esternare riflessioni sul tempo vissuto come bambini incantati dalla novella serale del nonno tanto amato.

Un risultato ottimo reso possibile non soltanto dall’appeal scenico di Bennett e dal calore vellutato della sua voce e delle sue canzoni (memorabile la breve apologia del dolce tepore della doppia traccia!). E’ lodevole il lavoro compiuto dal regista Unjoo Moon nell’orchestrare più materiali eterogenei e più spunti tecnici di sicuro effetto. Foto in bianco e nero, immagini di repertorio, splitscreen e sovrimpressioni dal gusto onirico sono solo alcuni dei fattori in gioco ben amalgamati fra loro. Da sottolineare quei quadri dallo sfumato sapore impressionista e pastoso alla Rembrandt che si evolvono in animate riprese dal vero. Un fare sfocato che ricorre poi con coerente premeditazione nell’annebbiarsi  dell’occhio della mdp che osserva e immortala tutto come un terzo incomodo palpabile e invisibile, come una spia che struscia sulle velate tende nere di uno studio di registrazione e subisce scosse e spintoni come se fosse sempre nel mezzo. Da sottolineare anche la splendida fotografia traslucida e patinata di Dion Beebe.

Marcia in più è poi la presenza di fondo del figlio Danny, factotum ideatore dell’opera. Si percepisce un sincero affetto filiale e un genuino senso di rispetto e devozione verso un padre divo e uomo. Concludendo, The Zen of Bennett è un documentario davvero ben confezionato, che ci trascina con sé facendo ballettare il piede e tenere il ritmo schioccando le dita, che diverte e coinvolge anche chi è assolutamente digiuno del personaggio e del genere Jazz, che conduce tutto d’un fiato verso un finale che sconfina, prima, nel giallo, proprio come le lenti degli occhiali di Bennett, e poi in un cielo costellato di stelle/star lucenti dove questo grande vecchio newyorchese (classe 1926!) ha certamente un posto in prima fila.

Tommaso Tronconi

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