Beyond the Hills, una passione amorosa da esorcizzare

La prima edizione del Tribeca Firenze ha avuto il merito di portare nel capoluogo toscano, per gentile concessione della BiM, due opere viste recentemente in Concorso all’ultimo Festival di Cannes. Una di queste è Beyond the Hills (Dupa dealuri) di Cristian Mungiu. L’autore rumeno, nuovamente inserito nella selezione ufficiale della kermesse francese dopo la Palma d’Oro nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, si è confermato a grandi livelli portando a casa il premio per la miglior sceneggiatura e quello per la miglior attrice, andato ex aequo a Cosmina Stratan e Cristina Flutur.

Voichita e Alina sono state nello stesso orfanotrofio fino alla maggiore età. In seguito, la prima è divenuta una novizia ortodossa nel monastero locale mentre la seconda è andata a cercare lavoro in Germania. Ritornata in patria con l’intento di portare via con sé l’amica, per la quale nutre un amore che va ben oltre l’amicizia, deve fare i conti con i dubbi e le perplessità di Voichita che sembra voler proseguire il suo cammino spirituale. La piccola comunità religiosa, turbata dall’irrequietezza e dagli scoppi d’ira di Alina, persa e sola senza l’amica, non ne comprende le reali motivazioni ma vi coglie invece i germi di una possessione demoniaca. Gli insani e folli riti d’esorcismo che ne seguono saranno fatali alla povera Alina.

Il regista, autore anche della sceneggiatura, si è ispirato al libro Spovedanie la Tanacu della giornalista rumena Tatiana Niculescu Bran, incentrato su una storia vera avvenuta nel 2005 presso il monastero Tanacu in Romania dove una ragazza è morta a causa di un presunto caso d’esorcismo. Mungiu non vuole giudicare le sue protagoniste o la piccola comunità religiosa ma si limita a mostrarci il lento ed estenuante precipitare degli eventi, la discesa agli inferi di Alina, accecata dalla sua passione amorosa che si scontra in maniera ineluttabile contro i freddi e rigidi dettami religiosi.

Sono frequenti nel film le riprese dei personaggi inquadrati di spalle così come i magnifici piani sequenza che ci mostrano il monastero visto dall’esterno e che richiamano alla mente il cinema del grande cineasta magiaro Béla Tarr.

Molteplici e complessi i temi affrontati  dal film, che rifugge il sensazionalismo e ci mostra in maniera quasi banale le violenze perpetrate ai danni di Alina da una comunità religiosa che agisce in nome della fede e in virtù di essa si sente legittimata nel commettere i rituali più raccapriccianti, fino ad arrivare ad incatenare su una sorta di croce la povera ragazza. Sorretto dalle drammatiche ed intense interpretazioni delle sue protagoniste e dalla suggestiva fotografia di Oleg Mutu, il regista rumeno ci regala una prova riuscita e convincente senza sollecitare a tutti i costi l’emotività del pubblico, come testimonia l’assenza della colonna sonora. Il suo intento semmai è quello di porre lo spettatore dinanzi a questioni di natura morale e di farlo interrogare sulla necessità di rivedere i dogmi della fede quando vanno ad incrociarsi e a scontrarsi con la sfera meno razionale del genere umano, rappresentata dal sentimento amoroso.

Boris Schumacher

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