Il tesoro nascosto. A proposito di consumi culturali

Il rapporto di Federculture da poco presentato alla stampa rivela dati lievemente incoraggianti. A dispetto del piangersi addosso che si leva da ogni parte dell’Italia quando si parla di beni culturali, il rapporto parla di un universo  in evoluzione dinamica, al momento poco toccato dalla crisi, che  invece oscura l’intero comparto industriale nazionale, colpito dalla recessione. Cultura e turismo, spiegano i dirigenti di Federculture, coprono ormai il 15% del Pil del paese. Francamente non vedo come si possano sommare le due voci e mi suona strano associarle, a meno di considerare i flussi turistici volti principalmente alla visitazione dei siti culturali del paese, che per quanto estesi non mi sembrano la sola meta del turismo. Ma procediamo con ordine. La spesa delle famiglie italiane nel 2011 ha toccato 71 miliardi di euro, con una crescita del 2,6% rispetto al 2010. E’ però diminuita del 2,7% la spesa per andare a teatro e del 3,8% la spesa per i concerti di musica classica. Il cinema, si sa, versa in condizioni di profondo rosso. Lo scorso weekend rispetto al 2011 gli incassi sono calati del 40%. Nel 2011 sono invece aumentati di parecchio i visitatori dei nostri musei: più 7,5% con una spesa complessiva di 40 milioni di euro. Questi dati suonano tutto sommato positivi. Tuttavia a fronte di una leggera crescita complessiva del consumo culturale, si registra invece un forte deficit di investimenti, sia pubblici che privati, nel corso del 2011 e anche nei primi mesi del 2012. Sono infatti diminuiti ad ogni livello, sia per voci nazionali, che locali e municipali. In tal senso è desolante apprendere che tra il 2008 (quando è scoppiata la bolla immobiliare americana e il mondo intero ha cominciato a franare) e il 2011, la spesa culturale delle amministrazioni comunali è diminuita in media del 35%! Il nostro stato investe in cultura solo lo 0,19%, ovvero solo lo 0,11% del Pil. Una miseria, se messi a confronto con gli investimenti di altri paesi europei, come ad esempio la Francia e la Germania. Prendiamo ad esempio la spesa per l’istruzione. Cito da Repubblica del 12 giugno, che a sua volta cita Federculture: “nella classifica internazionale delle migliori università al mondo, per l’anno accademico 2011/2012, nessuno dei nostri istituti è tra i primi 100: l’Università di Bologna compare, prima tra le italiane, in 183ma posizione; solo 210ma la Sapienza di Roma. Siamo tra gli ultimi in Europa per spesa nell’istruzione pubblica: investiamo nel settore il 4,8% del Pil, contro l’8% della Danimarca, il 6,9 dell’Inghilterra, o il 6,2% della Francia”. Il nostro Mibac (Ministero dei beni culturali) è in caduta libera: negli ultimi dieci anni i suoi finanziamenti sono diminuiti del 36,4%. Non è un caso che quando il ministro di riferimento siede nel consiglio dei ministri quasi mai faccia notizia quanto le esternazioni dei dicasteri economici. E siamo il paese col maggior numero di giacimenti culturali al mondo!  Non va meglio sul fronte degli investimenti privati, che tra il 2008 e il 2011 hanno lasciato sul campo il 25,8%. L’universo dell’industria culturale è giustamente in fermento. Non bastano i dati appena rilasciati da Federculture per immaginare un 2012 in discesa. I conti di previsione già tendono al poco sereno. E’ ormai chiaro che una inversione di tendenza l’avremo quando il paese uscirà finalmente dallo stato recessivo, ma soprattutto quando i politici italiani si renderanno contro di avere tra le mani il più grande tesoro al mondo: la cultura.

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