Detachment – Il distacco. Un film da non perdere

Alcuni film vengono penalizzati da una distribuzione ingrata, che li relega alle poco frequentate proiezioni estive, eppure sono dei capolavori, toccanti miracoli di grazia e di poesia. Detachment – Il distacco uscirà oggi nelle sale italiane in poche copie e sarà una meteora veloce, un’occasione breve di incontro che forse pochi spettatori avranno la fortuna di poter fare.

La storia è quella di Henry Barthes, un supplente di letteratura che porta i suoi insegnamenti nelle scuole pubbliche delle degradate periferie americane, popolate da studenti svogliati e aggressivi, e in cui alcuni insegnanti, allo stremo delle forze, tentano di portare a termine un percorso educativo che ha il sapore amaro di una lontana utopia. L’incontro con i nuovi alunni, le discussioni tra i colleghi, la conoscenza con una giovane prostituta (Sami Gayle) e l’assistenza al nonno in una casa di riposo sono le tappe del percorso che il personaggio interpretato da Adrien Brody compie, in una sorta di cammino che assomiglia al calvario di un laico – ma misericordioso – messia contemporaneo. Con grazia il film si costruisce in inquadrature brevi, lievi tocchi di regia che non hanno mai la pretesa di spiegare ma si limitano a suggerire, lasciando intuire il corso di esistenze malinconiche, che si dipingono sulle facce stanche di tutti i bravissimi attori, che, con credibilità e talento, riescono a rappresentare archetipi di eroi dolenti, vinti dall’indifferenza di una vita a cui, si lascia intendere, è inutile chiedere la restituzione di un qualsivoglia senso.

Questa pellicola di Tony Kaye tocca temi scomodi, che il regista sceglie di raccontare affidandosi a un linguaggio visivo che attinge da diversi campi artistici (dai disegni animati alle suggestioni della fotografia in bianco e nero, dal linguaggio della poesia a sequenze visive dai rimandi onirici), per provare a raccontare la solitudine delle anime fragili, di quelle persone che si trovano, sole, ad affrontare gli ostacoli della vita. Detachment è un lavoro complesso, che non teme di sconvolgere lo spettatore mostrando separazioni strazianti, sentimenti viscerali e scomposti che sono evidenti nella supplica di un abbraccio che non è possibile concedere, in decisioni laceranti che è inevitabile prendere, dove alcune fughe dal male di vivere non hanno nessuna possibilità di ripensamento; eppure per raccogliere il senso profondo di questa storia, forse, basta abbandonarsi alla bellezza di una fotografia raffinatissima, all’eleganza delle immagini che si offrono allo sguardo e alla grazia della poesia, per provare a dire di quel senso di smarrimento comune che l’arte dei grandi poeti, come quel Poe citato dal professor Barthes nelle riflessioni che chiudono il film, hanno saputo raccontare. Un’opera dalla potenza struggente, difficile da dimenticare, che accompagna lo spettatore a lungo, una volta terminata la visione.

Marco Moraschinelli

 

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