Spot e divi. La tentazione irresistibile

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Misfatto

Alla fine pure Rocco Papaleo ha capitolato. Il ruspante attore-regista lucano, già arricchito dal festival di Sanremo di Morandi e parodiato da “Stracult” di Giusti per una certa intemperanza cinefila facile al vaffa colorito, recita in uno spot per l’Eni sugli sconti di benzina nel week-end. «Se si chiama automobile e non autoferma, ci sarà pure un motivo» scandisce con inconfondibile timbro di voce. Battuta fessa, che non fa ridere, ma forse è il meno. Anche gli sketch di George Clooney, un altro che ci marcia in Italia (in patria no, un po’ se ne vergogna), spesso sono terribili.

Ci si chiede però perché attori di vaglia, con gran seguito popolare, senza problemi di lavoro, prima o dopo si fanno fagocitare dalla pubblicità. Prima di Papaleo, che rivendica anche nel titolo del suo nuovo spettacolo, “Una piccola impresa meridionale”, lo status di artigiano indipendente, abbiamo visto – per lo più nel ramo telefoni – Claudio Bisio, Aldo, Giovanni & Giacomo, Giorgio Panariello, Christian De Sica, Raoul Bova, perfino Luca Zingaretti. Sì proprio lui. Il tosto commissario Montalbano di 22 replicatissimi episodi tv, l’artista impegnato a sinistra, il paladino del documentarismo sociale che rovista tra scandali e ingiustizie, ha accettato di travestirsi da frate, parlando con fasullo accento marchigiano stile “Straziami ma di baci saziami”, per reclamizzare le superofferte di una compagnia telefonica. «Cambiare è saggio, conviene» predica nel tormentone.

D’accordo, gli spot si girano in due giorni, sono soldi facili, magari saranno pure dati in beneficenza per qualche buona causa. Magari. Ma resta la domanda: perché? Zingaretti o Papaleo non sono l’ingordo De Sica, da sempre amministrano la propria immagine con cura, dividendosi tra cinema, teatro e tv. Sia chiaro: il moralismo non c’entra un tubo. Del resto, lo fanno in tanti, specie i registi, per “arrotondare” alquanto: da Tornatore a Luchetti, da D’Alatri a Genovese, e un tempo Leone, Fellini, i Taviani. Per fortuna, almeno, Papaleo non scomoda alibi e teorie parafemministe alla maniera di Isabella Ferrari. Indimenticabile la sua apparizione, ritoccata al computer, in uno spot di mutande e reggipetti diretto niente meno che da Paolo Sorrentino.

Michele Anselmi

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