Chi ha paura della critica?

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Ma che sta succedendo? Perché nel mondo del cinema sono tutti così suscettibili, tanto da non sopportare neanche un fischio o un “buuu”? Prendono ogni rimostranza, anche la più innocente, per un’offesa alla quale rispondere con un clima da duello rusticano. Avrete letto, forse, di Michele Placido, che sabato sera al festival di Taormina s’è messo a urlare come un matto dal palco a causa di qualche fischio proveniente dagli spalti del Teatro Antico. «Allora, se qualche cafone, qualche cafone ignorante, vuole venire qui, scenda giù che l’affronto. Però ti devo guardare in faccia, cafone!» ha scandito con le pause giuste, da attore consumato, insofferente al rumoreggiare della platea per via di un lungo trailer in francese, senza sottotitoli, del suo noir “Il cecchino” girato a Parigi. Il giorno dopo, guardandosi dal chiedere scusa e anzi ribadendo il noto caratteraccio, che lui chiama temperamento, ha confessato in un’intervista: «Sono ancora un mistero per me stesso». Se non altro un po’ lo riconosce.

Simile a Placido, infatti ne è stato il produttore per “Il Grande Sogno”, è Pietro Valsecchi, il titolare di Taodue, società legata a Mediaset, l’uomo che ha inventato serie tv come “Distretto di polizia” e “Ris”, il tycoon che ha lanciato al cinema Checco Zalone e “i soliti idioti” Mandelli & Biggio. «Un geniaccio antipatico e burbero che trasforma in oro tutto quello che tocca» lo definisce ”il Giornale”. Talmente burbero che giovedì scorso, solo perché due o tre cronisti, incluso il sottoscritto, hanno rumoreggiato alla Casa del cinema dopo aver visto lo scurrile trailer del natalizio “I 2 soliti idioti”, ha gridato al trappolone, mettendosi addirittura a compilare insensate liste di proscrizione. Pensare che gli avevo chiesto pure scusa con un sms e una mail, senza ottenere un cencio di risposta.

Stiamo parlando di un produttore abile e capace, ma che è abituato a esprimersi così. Piera Detassis, direttrice di “Ciak” ed ex timoniera del festival di Roma, sarebbe «una simpatica ragazza che viaggia ampiamente al di sopra delle proprie possibilità, una miracolata come tanti altri»; Enrico Lucherini, mitico press-agent a un passo dal ritiro, un uomo «dal comportamento miserabile, tipico della feccia che a Roma la fa da padrona»; mentre l’eroico Marco Müller, approdato all’Auditorium dopo una defatigante soap politica, avrebbe «resistito e vinto come l’omino di piazza Tienanmen contro i carri armati cinesi».

La prima legge dello spettacolo postula la pazienza, se non la saggezza, la filosofia dell’incassare senza reagire, perché la contestazione, anche vivace, fa parte del gioco. Sono lontani, fortunatamente, i tempi della “gattata” celebrata da Petrolini, ovvero il gatto morto che veniva lanciato dal pubblico romano al comico d’avanspettacolo poco divertente. Qui nessuno fa cose del genere, al massimo parte qualche fischio. Come a Cannes o a Venezia. Solo che a Cannes nessuno ci fa caso, a Venezia diventa subito un caso: è accaduto alla Mostra 2011 con “Quando la notte” di Cristina Comencini, tra repliche un po’ stizzite e riferimenti incongrui a supposte congiure cinefile. Vale anche per Giovanni Veronesi, toscanaccio ruspante e spiritoso, ma guai a toccargli la prova di Robert De Niro in “Manuale d’amore 3”: di colpo i critici sono diventati tutti delle gran teste di… e ci fermiamo. D’accordo: stroncature, fischi e risatine danno fastidio, meglio elogi, applausi e sorrisi. Ma non sarebbe meglio soprassedere e lasciar perdere i “complotti”?

Michele Anselmi

Lascia un commento