Cinecittà. Dipendenti e registi contro il piano di riconversione

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Bisognerebbe smetterla con la retorica bipartisan su Cinecittà «fabbrica dei sogni». Quella fabbrica non esiste più. Dimenticare Fellini e il Teatro 5, Scorsese e “Gangs of New York”, Stallone e “Daylight”. Gli studi sulla Tuscolana sono in crisi da tempo. Gli americani girano altrove, “delocalizzano”, preferendo Romania, Bulgaria, Serbia e Tunisia, e anche la gloriosa Pinewood inglese ha abbassato i prezzi. Vero: a Cinecittà Moretti ha ricostruito la Cappella Sistina per “Habemus Papam”, Ozpetek la casa dei fantasmi di “Magnifica presenza”, Verdone l’appartamento per scapoli di “Posti in piedi in Paradiso”, Garrone s’è affacciato per “Reality”. Ma è poca roba. «Il cinema italiano è povero, il costo medio di un film si aggira sui 3 milioni di euro, non possiamo permetterci i teatri di posa, tanto meno Cinecittà» sostiene il produttore Angelo Barbagallo, ex socio storico di Moretti. Neanche le fiction tv e i reality-show scelgono più Cinecittà, per fortuna resiste la pubblicità; più, appunto, qualche raro film.

Risultato: il fatturato cinematografico, cioè legato alle riprese di film, l’anno scorso s’è fermato alla cifra deprimente di 400 mila euro. Niente. E intanto Cinecittà Studios, società privata presieduta dal banchiere Luigi Abete, anche se la quota più rilevante del capitale, circa il 33 per cento, fa capo a Diego Della Valle, più partecipazioni di Aurelio De Laurentiis e della famiglia Haggiag, perde 3 milioni di euro all’anno su un fatturato di 20. «Così la cosa non sta in piedi, mancano i numeri e le attività» chiosa Barbagallo.

La soluzione? Una parola trovarla. I circa 220 lavoratori sono sul piede di guerra, protestano davanti ai cancelli di via Tuscolana, inalberano cartelli, fanno blitz ai Ciak d’oro, gridano alla ristrutturazione selvaggia che mortifica la vocazione cinematografica della struttura, accusano Abete di voler “spacchettare” le attività di Cinecittà, cedendo rami d’azienda ai gruppi stranieri Deluxe e Panalight, aprendo parchi a tema nei lontani studi sulla Pontina che furono Dinocittà, promuovendo discutibili investimenti di carattere edilizio, tra le quali alberghi, parcheggi, ristoranti, beauty-farm.

La sfida sta diventando tutta mediatica. Con Cinecittà Studios che risponde alla vertenza pubblicando a pagamento sui giornali a grande tiratura una torrenziale lettera destinata «ai nostri clienti, al mondo del cinema, ai cittadini di Roma», per dire in sostanza, con toni piuttosto trionfalistici, che non si smobilita e che anzi «domani Cinecittà dovrà essere un grande Hub cinematografico». Sottolineatura in grassetto: «Gli Studios sono un bene storico vincolato e inviolabile, quindi non possono né saranno oggetto di alcuna speculazione». S’intende edilizia. E intanto l’Anac, associazione storica degli autori, si appella addirittura al presidente Napolitano e al premier Monti perché impediscano quello che viene ritenuto uno scempio. «Il piano industriale dei privati prevede da un lato lo smantellamento delle attività cinematografiche, dall’altro la costruzione di alberghi e “centri benessere”, avviando così quel processo di cementificazione e sfruttamento dell’area che alcuni dei più importanti imprenditori edili della regione meditano da tempo» si legge. Seguono parecchie firme illustri: Amelio, Bellocchio, Bertolucci, Costa-Gavras, Scola, Maselli, Tavernier, Loach, Redgrave, Nero, Tornatore…

Di sicuro c’è che le posizioni appaiono distanti, nonostante la mediazione tentata dal ministero ai Beni culturali. Sono in gioco almeno 18 posti di lavoro nel caso non si arrivasse a un accordo sul riposizionamento dei 220 dipendenti: 70 dei quali dovrebbero andare a Deluxe, 10-15 a Panalight, 50-60 sulla Pontina alla voce “Allestimenti e tematizzazioni”. Qualche giorno fa una vivace assemblea ha fatto il punto sulla vertenza, considerando che per i sindacati tre sono i punti irrinunciabili, altrimenti niente stop alla mobilitazione: 1) difesa dell’occupazione; 2) difesa della professionalità dei dipendenti; 3) difesa della mission produttiva di Cinecittà Studios. «Anche se parziale, quello di martedì è un buon risultato» azzarda la Cgil dopo l’estenuante riunione svoltasi al Mibac. Ma Abete e soci non sembrano disposti a cedere. Parlano di «miope opposizione sindacale». L’incontro tra le parti, se ci sarà, si preannuncia bollente. Tanto più dopo la manifestazione “a effetto speciale” svoltasi mercoledì sera: con i lavoratori in lotta che hanno fatto nevicare fiocchi finti, da cinema, sul Colosseo, giocando sul cognome natalizio di Abete. «Chiudere Cinecittà è come se nevicasse a luglio: paradossale. Per questo siamo qui in piazza oggi. I lavoratori continueranno lo sciopero della fame per un’altra settimana», ha spiegato un manifestante, che portava un cartello con la scritta: “Liberiamo Cinecittà dalla cricca Abete”.

Michele Anselmi

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