La leggenda del cacciatore di vampiri. Il Lincoln che non ti aspetti

L’inizio del film è folgorante. Timur Bekmambetov è un regista abilissimo nel muovere la macchina da presa e in questa pellicola trova abbondante materiale per costruire spettacolari scene d’azione, come già avvenne con l’ottimo Wanted – Scegli il tuo destino, che segnò il suo esordio hollywoodiano.

Stavolta la trama, che lo sceneggiatore Seth Grahame-Smith mutua dal suo stesso romanzo La leggenda del cacciatore di vampiri – Il diario segreto del Presidente, immagina un universo alternativo in cui la madre di un giovanissimo Abraham Lincoln viene uccisa da un sanguinario vampiro. Da allora la vita del futuro leader degli Stati Uniti cambia e, parallelamente agli studi di legge, porta avanti in segreto un percorso di istruzione nelle arti del combattimento, addestrato dal misterioso Henry Sturges (Dominic Cooper). La sua missione: fermare gli oscuri piani del leader dei non morti (un Rufus Sewell piuttosto spaesato) e vendicarsi dell’immortale che ha distrutto la sua famiglia.

Avvalendosi di un apparato tecnico pressoché perfetto – scenografia, trucco, costumi, luci -, La leggenda del cacciatore di vampiri poteva essere il blockbuster perfetto: trama originale e godibile servita da grandi effetti speciali. Purtroppo però la sceneggiatura devia dalla sua vocazione di (grande) film di intrattenimento e si affanna inutilmente nel voler trovare un compromesso tra suggestioni fantasy e avvenimenti storici, azzardando parallelismi improbabili tra realtà e finzione (l’episodio della morte del figlio di Lincoln, qui ucciso da una vampira travestita da inserviente) e azzardando metafore troppo audaci per non scadere nel ridicolo; a questo si aggiunge un’inutile e noiosa storia d’amore tra Lincoln e la futura first lady (Mary Elizabeth Winstead) che rallenta ulteriormente il ritmo della narrazione e rende quest’opera disuguale e incerta nella direzione da prendere.

Alla fine anche il bravo Bekmambetov sembra disorientato, e si ripete in monotoni combattimenti resi ridondanti da un uso eccessivo dell’effetto rallenty, sfruttando all’eccesso un’estetica che troppo deve a prodotti come 300 e alla serie Spartacus. Non salva la situazione il protagonista Benjamin Walker, fisicamente adatto alla parte ma troppo anonimo per sostenere il ruolo che è chiamato a interpretare.

Marco Moraschinelli

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