Il Blues val bene un romanzo. Sulle pagine le ballate delle anime inconsolabili

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Corriere della Sera

Il rock s’intona ai romanzi. Non c’è scrittore, anche italiano, anche tra i più lontani per sensibilità, da Gianrico Carofiglio a Tommaso Pincio, che non sfoderi puntualmente una citazione rock-generazionale. Il rock passa per musica antagonista, di protesta, giovanile, di sinistra; mentre il blues appare roba da nostalgici cinquantenni. E il jazz? Dipende da chi lo suona, meglio se incontra l’Africa. Peggio ancora, nella considerazione comune, va con country, bluegrass, old-time e suoni variamente folk. Poco importa, come teorizzava Jack Kerouac in “Sulla strada”, appena diventato un film stroncato a Cannes, che «the only truth is music». Del resto, anche la Beat generation non sembra destinata a un gran revival, nonostante l’audace presenza in topless di Kristen Stewart nel film di Walter Salles.

Tuttavia ci sono stati periodi nei quali lo scambio, fino al cortocircuito, è stato davvero proficuo. A partire da “Furore”. Il romanzo di John Steinbeck sulla Grande Depressione fu pubblicato nel 1939, un anno dopo John Ford ne fece un film con Henry Fonda nei panni del protagonista, e subito Woody Guthrie compose, ispirandosi a quelle immagini, «The Ballad of Tom Joad», che a sua volta, oltre mezzo secolo dopo, offrì lo spunto a Bruce Springsteen per «The Ghost of Tom Joad». Capita sempre meno, ma il cross-over ogni tanto risplende, con ottimi esiti. E al centro c’è perlopiù il blues, la musica degli schiavi d’America che diede inizio a tutto, al cui suono ballano le anime inconsolabili: bianche e nere.

Richard “Kinky” Friedman
il detective ebreo e cowboy

Prendete “the last of the jewish cowboys”, ovvero Richard Friedman, detto Kinky, classe 1944, ebreo di Chicago trapiantato in Texas, musicista country di un certo successo negli anni Settanta, tanto da aprire i concerti di Bob Dylan, nonché umorista oltraggioso e autore di polizieschi. In uno di essi, “A New York si muore cantando” (Feltrinelli, 2000), Friedman immagina che un suo alter-ego detective, che infatti si chiama Kinky, indaghi sulla morte violenta di tre cantante country in tournée al mitico Lone Star Cafè. Tono cinico-scherzoso, una punta di atmosfera hardboiled, dialoghi pungenti, un diluvio di riferimenti musicali. Perché all’investigatore-chitarrista pare subito chiaro una cosa: c’è in giro un serial-killer che si crede la reincarnazione di Hank Williams, morto a soli 29 anni, all’apice del successo, il 1° gennaio del 1953. «La musica country può nuocere alla salute?» scherza lo strillo pubblicitario. Può darsi. Così Friedman dissemina la caccia di amabili strizzatine d’occhio. L’omicida lascia un biglietto da due dollari nelle tasca della prima vittima, tal Larry Barkin, e spedisce per lettera un indizio. «Aprii la busta e ne estrassi un foglio di carta colorata. Era una vecchia canzone di Hank Williams, “Hey Good Lookin’”. Cleeve si sporse sopra le mie spalle e cominciammo a leggere insieme il testo». Segue, in italiano, la strofa: «Hey, bello sguardo / che bolle in pentola? / Che ne diresti se ti cucinassi qualcosa? / Sai che quando mi ci metto cucino da Dio / conosco ricette che nessuno sa. / Ho una Ford superveloce e un biglietto da due dollari / vedrai basteranno».
Friedman sa farsi leggere. «Mentre camminavo attraverso il freddo, pensai a una cosa che F. Scott Fitzgerald aveva scritto in “Tenera è la notte”. Riguardava il fatto che tutti i francesi pensino di essere Napoleone e tutti gli italiani Gesù Cristo. Be’, si potrebbe scrivere una postilla dedicata ai cittadini della Grande Mela. Evidentemente, qualcuno, qui a New York, pensava di essere Hank Williams». Per la cronaca, il romanzo precedente si chiamava: “Elvis, Gesù e Coca-Cola”.

Nick Hornby e le sue “top five”
alla maniera di Fabio Fazio

Più popolare da noi è l’inglese Nick Hornby, classe 1957, due passioni, anzi tre: il calcio, la musica e le donne. Il suo romanzo “Alta fedeltà” (Guanda, 1995) diventò un film di Stephen Frears, niente di speciale, ma di sicuro nacque da quelle pagine la moda delle “top five”, classifiche sui più diversi argomenti, cara a Fabio Fazio. Nell’universo instabile del protagonista Rob Fleming, appena mollato dalla fidanzata, la musica è una certezza esistenziale, e non si contano le citazioni. Tra queste il nero Solomon Burke, ucciso dall’obesità nel 2010, uno che si sentiva naturalmente “king” di qualcosa. Rob adora “Got to Get You Off My Mind”, blues straziante e risentito sull’ansia di dimenticare che condensa il senso del romanzo. «Tutti provano a ballarla, solo per senso del dovere, anche se nemmeno i migliori ballerini sarebbero forse capaci di tirarne fuori qualcosa; per giunta nessuno qui può vantarsi di essere fra i più bravi, e neanche fra i medi. Quando Laura sente le prime battute della canzone fa una piroetta, mi lancia un sorriso e alza diverse volte il pollice per dire evviva, e io comincio a compilare nella mia testa un nastro per lei». Peccato che nel blues lei scappi con un altro. Pare che Hornby volesse descrivere «le contraddizioni e le nevrosi della postmodernità, la banalità della vita adulta nella società occidentale di fine millennio». Bah!

Jack Kerouac è “on the road”
con Slim Gaillard e Son House

Romano Giachetti, in “Lo scrittore americano”, va giù pesante su Kerouac. «Un mediocre romanziere, un pessimo poeta, “un cronista del tempo” di limitate capacità. Ginsberg, lui sì, era autentico. Kerouac lo imitò talmente bene che lo superò». Magari è vero. Sembra resistere, però, il potere di suggestione di “Sulla strada”, scritto “di getto” nel 1951 e pubblicato nel ’57. La musica, che sia il jazz di Charlie Parker o i blues di Billie Holiday, scandisce il viaggio dei due amici. Ricordate? «Scrosciar di musica col sax-tenore ch’era in stato di grazia e tutti lo sapevano. Dean si stava afferrando la testa fra la folla, ed era una folla di pazzi. Stavano tutti a incitare il sassofonista, con urli e stralunar d’occhi, perché tenesse duro e continuasse, e lui si sollevava sulle ginocchia e si abbassava di nuovo col suo strumento, lanciandolo alto in un chiaro grido sopra il furore». Ma la colonna sonora del film di Walter Salles, pescando tra le righe del romanzo, rilancia due brani “minori” cari a Kerouac. “Death Letter Blues” di Son House e “Hit That Jive Jack” di Slim Gaillard. Neri entrambi, e on the road per decenni.

John Henry, “l’uomo-martello”
che volle sfidare la trivellatrice

“John Henry Festival”, il romanzo di Colson Whitehead (Minimum Fax 2002), è bello, bizzarro, spassoso nel raccontare sul filo della satira quei giornalisti free-lance devoti alla causa dello «sbafismo», pronti cioè ad accettare qualunque incarico che possa fruttare viaggi, pranzi e cene gratis. Però il ricordo di John Henry, «icona del folclore americano», è tutt’altro che svanito. La ballata attribuita a Leadbelly ancora oggi viene eseguita nei festival di blues e bluegrass, anche Springsteen l’ha recuperata di recente. «He picked up a hammer and a little piece of steel / And cried, “Hammer’s gonna be the death of me, Lord, Lord / Hammer’s gonna be the death of me”». In effetti il martello di dieci chili che sapeva maneggiare così bene fu causa della sua morte. Pare sia accaduto a Newport, attorno al 1870. Un fiero operaio nero sfidò col suo “hammer” una trivella a vapore, durante la costruzione di una linea ferroviaria e vinse, salvo poi cadere stecchito per lo sforzo. Entrò nella leggenda grazie, appunto, alla ballata che Whitehead riporta nel romanzo, ma non è vero che quella di Johnny Cash sia la versione più bella (curiosare, per credere, su YouTube). Come scrive la traduttrice Martina Testa, «il significato emblematico dell’impresa di John Henry è duplice: la sfida vittoriosa del nero al bianco, il manovratore della trivella; la rivincita della strenua manualità sulla macchina». Vero.

Leonard Cohen: non solo “Suzanne”
nel 1963 scrisse anche un romanzo

L’ebreo canadese Leonard Cohen, classe 1934, poeta, cantautore e gran depresso, non è solo quello di “Suzanne”. Appena trentenne, nel 1963, vergò un romanzo, “Il gioco preferito”, pubblicato nel 2002 da Fazi Editore. Non un capolavoro, ma le avventure sessuali del giovane Lawrence Braveman, sullo sfondo della Montreal del dopoguerra, un po’ alla maniera di “La versione di Barney”, meritano la riscoperta. Una ballad di Pat Boone fa addirittura da contrappunto a tre pagine cruciali. «Che le ragazze siano una confusa macchia dorata nella mia mente, come l’alone intorno alla luna», poeteggia Cohen. E intanto, strofa per strofa, arrivano i versi di “I Almost Lost My Baby”. La versione di Boone, a risentirla oggi, suona melensa, lessa, meglio quella di Ivory Joe Hunter incisa nel 1950: tutto un altro blues.

Michele Anselmi

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