I giorni della vendemmia. Storia di un’educazione sentimentale

1984, Emilia Romagna. Elia si masturba la sera prima di andare a dormire. E fuma di nascosto dai suoi genitori. Ma anche suo padre William fuma all’insaputa di sua moglie. Quest’ultima, pia donna, è mamma devota che legge e rilegge le parabole del Vangelo, come il marito consuma e ri-consuma con gli occhi quella prima pagina dell’Unità con l’ADDIO a Enrico Berlinguer. Ma c’è anche nonna Maria, che dorme, mangia, frescheggia tutto il giorno come una cariatide portante di uno sperduto focolare di campagna. Poi un giorno arriva Emilia e stravolge tutto.

Primo fotogramma un crocifisso dal sapore guareschiano, I giorni della vendemmia parte piano, in sordina, e ci conduce lemme lemme in un microcosmo dove al giovanissimo esordiente Marco Righi (classe 1983) piace santificare l’attesa, dilatare i tempi, lasciare che i corpi agiscano di fronte ad una macchina da presa che scorre su di loro e i loro volti, sulle pareti e sotto i tavoli, regalandoci piani sequenza da contemplare con piacere e un pizzico di imbarazzo. Righi tiene il nostro occhio su questo mondo con dolce insistenza, fino a farci percepire il respiro delle stagioni, l’altalenanza dell’ormone, il brivido della piccola trasgressione, il meritato e non barattabile momento personale con se stessi. Una regia semplice ma personale, che si concede mirate infrazioni che aggradano i cinefili (come la soggettiva scossa di Elia sulla scala).

Al centro di tutto ci sta l’educazione sentimentale del protagonista, che, nell’arco di pochi giorni, passerà dall’essere pischello a ometto, da uomo acerbo a maturo, proprio come ciascuno dei chicchi d’uva che con il padre per mesi ha curato tra i filari (immortalati come solari e brulli dalla bella fotografia di Alessio Valori). E quando si parla d’amore, il tema principe e più inflazionato nella storia delle arti, è facile cadere nel banale. Insomma, diciamocelo, come si fa a non cadere nel banale?! E’ praticamente obbligatorio. E Righi ci cade. Ma ne è consapevole, trova una sua via personale e ci racconta anche il comico nascosto dietro l’innamoramento o l’iniziazione all’amore adulto. “Le lettere d’amore fanno sempre ridere” cantava Roberto Vecchioni in una sua celebre canzone. Ecco, Righi mette in scena l’inamovibile comicità intrinseca dell’amore: di una sigaretta sempre terzo incomodo, di un accendino che non è né nella tasca destra né nella tasca sinistra, ma anche, e soprattutto, del guardarsi allo specchio alla ricerca del proprio lato da macho man e i discorsi da splendido e campagnolo James Dean con l’amichetta immaginaria a bordo di un’auto d’epoca dal fascino da millantare. Righi riproduce le sfaccettature di un amore adolescenziale, dove la delusione è dietro l’angolo ed è solo tappa di una crescita appena cominciata. Anche volgendo verso il finale qualcosa di prevedibile c’è, come lo scontato e atteso inserimento della parabola del figliol prodigo. Ma la soluzione filmica ideata e realizzata, con montaggio frenetico scortato da una musica elettronica liquida e graffiante (ricorda alcune soluzioni sonore di Teho Teardo), sguardi in macchina, filtri di colore, fotografia dai toni freddi, innalza, valorizza, cambia faccia all’espediente tematico dal sapore banalotto.

Ulteriore pregio di Righi è il non aver voluto strafare e osare all’eccesso, evitando di rimpinzare, non affetto da quella strana forma di “ansia da prestazione” che colpisce molti esordienti, la sua opera con uno zibaldone di contenuti. Che comunque sia ci sono. Su tutti l’affiancamento del credo religioso, incarnato da mamma Maddalena, a quello politico, incarnato da William. E per descrivere l’anima politica di quest’ultimo, on screen c’è anche Enrico Berlinguer, con quel suo ultimo straziante comizio in Piazza della Frutta a Padova (anche qui Righi fa centro proponendo un omaggio sincero che fa venire la pelle d’oca). “Il più amato” è veicolo per portarci di fronte al tema dell’onestà. Di onesti come lui non se ne fanno più, e ne è ben cosciente William. Così come “gli stronzi rimangono stronzi”, come afferma Elia in conclusione. E traslato sui personaggi, è lecito chiedersi: chi di loro è onesto? Forse non Emilia, forse non Samuele, forse Elia.

In merito agli attori, il lavoro compiuto dal minuscolo cast è davvero lodevole, genuino e sentito fino al midollo. Convince l’esordiente Marco D’Agostin, perfetto nei panni dello sbarbatello imbarazzato ed inesperto. Ma una spanna sopra tutti è Lavinia Longhi, che sin dalla prima battuta cambia di colpo il valore del film. Sensuale e vera fino a risultare parzialmente antipatica, dà alla pellicola quel tocco di realismo che pare mancare nelle prime sequenze.

I giorni della vendemmia, pur con le sbavature innate di qualsiasi esordio, è quindi una piccola perla del recentissimo cinema italiano. Un’opera che, emersa grazie al passaparola degli spettatori, è sintomo di quanto abbiamo ancora fame di buon cinema d’autore. Un film piacevole e riuscito, come dimostra anche il finale circolare (ma con sviluppo). Elia mette su un vinile londinese e, in mutande proprio come all’inizio lo abbiamo conosciuto, sorseggia con avidità una boccia di vino, frutto del suo raccolto. L’iniziazione è compiuta, la metamorfosi è conclusa. Sia quella sua personale/sentimentale, sia quella dell’uva in vino. Il cordone ombelicale che lo legava all’adolescenza è stato tagliato via come un grappolo dalla sua amata vigna. Ora è un uomo.

Tommaso Tronconi

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