Bed Time. Un sospetto saggio sulla cattiveria umana

Le persone cattive, nel senso totalizzante e assoluto del termine, esistono. Nessun trauma infantile, nessuna motivazione o logica spiegazione. È questa la tesi sostenuta dal romanzo “Bed Time” di Alberto Marini, che Jaume Balaguerò, a cui si debbono gli intensi Darkness e Namless- Identità nascosta, oltre alla serie horror [REC], porta ora sugli schermi, abbandonando suggestioni sovrannaturali o fantastiche per raccontare una storia di quotidiano orrore.

Cesar (interpretato da un misurato Luís Tosar) lavora come portiere tuttofare in un grande palazzo di Barcellona; apparentemente disponibile e ben disposto nei confronti dei condomini, è in realtà roso da un male oscuro che lo spinge, ogni notte, a meditare di porre fine a un’esistenza che non ha mai conosciuto il sorriso. L’unico pensiero che trattiene l’uomo è il proposito, crudele, di trascinare il suo prossimo nel medesimo buio che lo avvolge; Cesar infatti sopravvive a se stesso cercando, con qualunque mezzo, di seminare dolore nelle vite delle persone per cui dovrebbe lavorare. Nello stabile in cui presta servizio abita una giovane donna di nome Clara (Marta Etura), che, più degli altri inquilini, lo irrita per il suo atteggiamento positivo e un buon umore apparentemente imperturbabile. Cesar inizia ad entrare di nascosto nell’appartamento della ragazza per minarne salute e certezze, nel tentativo di trascinarla in quel dolore e in quella depressione che sono da sempre sue compagne di viaggio.

Malgrado un avvio piuttosto lento, funzionale a portare lo spettatore nell’universo malato di un mostro dall’aspetto umano, il film è ben strutturato e riesce a costruire, grazie all’abilità del regista, la suspense e la tensione a cui l’autore iberico ci ha abituato nei suoi precedenti, ma più riusciti, lavori. Scegliendo infatti il punto di vista di un eroe negativo, attorno al quale tutta la vicenda ruota, viene completamente a mancare una qualsivoglia empatia nei confronti del personaggio principale, così che, in quasi due ore di pellicola, a soffrire non è solamente il personaggio di Clara, ma anche tutti coloro che non provano nessun gusto nell’assistere alle perverse cattiverie che il protagonista di questa storia si compiace di infliggere a chiunque gli capiti a tiro. Se l’intento era quello di infastidire il pubblico, confezionando un lungometraggio ossessivo e disturbante quanto il carattere del suo oscuro protagonista, l’obiettivo può dirsi perfettamente raggiunto, ma qui la cattiveria è fine a se stessa, e, non possedendo né la lucida intelligenza, né gli elementi di critica sociale del cinema di Michael Haneke, procura solamente un senso di irritazione tanto fastidioso quanto inutile.

Marco Moraschinelli

Lascia un commento