Doppio Servillo a Venezia. E’ lui il Doge della Mostra

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

Toni Servillo, da Afragola, provincia di Napoli, classe 1959, sarà il cine-Doge di Venezia 2012. Anche il nome, per ironia della sorta di sapore lagunare, sembra sorridergli. Scommettiamo che alla fine della 69ª Mostra ci sarà un premio per lui? Ha due film in concorso, “È stato il figlio” di Daniele Ciprì e “Bella addormentata” di Marco Bellocchio, si produce in due interpretazioni all’opposto, l’una tutta grottesca, esteriore e dialettale, l’altra pensosa, intimista e dolente; e certo un aiutino potrebbe arrivare da Matteo Garrone, che lo usò così bene in “Gomorra” e ora siede nella giuria presieduta da Michael Mann.

Intendiamoci: per essere bravo, Servillo è bravo. A teatro si cimenta con Marivaux e Goldoni facendo il tutto esaurito; al cinema, grazie a Paolo Sorrentino che lo scovò per “L’uomo in più” facendone il suo attore-feticcio, sembra essere diventato un talento indiscutibile. Infatti passa da un set all’altro. Di nuovo con Sorrentino sta girando “La grande bellezza”, accanto a Carlo Verdone e Sabrina Ferilli, dove fa Geppy, uno scrittore napoletano annoiato e sarcastico immerso nella Roma un po’ “cafonal” fotografata da Dagospia. Poi volerà al Lido per i due titoli in gara. Un bella doppietta per Servillo, tempo fa eletto da “Sette”, con una punta d’esagerazione, «il più grande attore del mondo».

Il fatto è che Servillo, e per averlo scritto sul “Secolo XIX” fui vittima di una sua pubblica sfuriata in treno, rischiava un po’ di ripetersi sullo schermo. Nei gesti, nelle intonazioni, nelle posture ingessate col collo eternamente rigido, nella ruvida antipatia che ama indossare, perfino nell’uso reiterato dei parrucchini. Ma è anche vero che l’attore, un po’ alla maniera di Volonté e Mastroianni, ama le sfide difficili: è artista meditabondo, esclusivo, a tratti aristocratico, poco si concede in tv e nelle interviste tiene le distanze.

Ventitré titoli in vent’anni, nove solo dal 2010 a oggi, incluso l’incompiuto “L’altro mare” di Theo Anghelopoulos (il regista morì durante le riprese, investito da un’auto). Servillo, in effetti, porta nei film che gira un carisma personale che fa la differenza. A chi gli chiede perché non si sia ancora cimentato con la scrittura risponde: «Sono già abbastanza ossessionato dal far bene il mio mestiere. Non posso permettermi sogni adolescenziali. Non sto alla finestra a guardare le stelle. Sono un attore immerso nell’azione e nell’oralità».

Per diventare Nicola Ciraulo, patetico e ottuso “pater familias” di “È stato il figlio”, nelle sale il 14 settembre, s’è fatto crescere i baffi, ha imparato la cadenza palermitana e indossato un orribile paio d’occhiali. «Mi sono scassato la minchia di lavorare solo io» grida ai suoi nel salotto kitsch dell’appartamentino di desolata periferia anni Ottanta. L’uomo ignora cosa siano le coordinate bancarie. S’è rivolto agli usurai in attesa di ricevere i 220 milioni di lire che gli spettano dopo aver perso la figliuzza Serenella a causa di una sparatoria di mafia e ora custodisce un sogno: acquistare una Mercedes di lusso. Sarà la sua rovina.

«Se cerchi una sfida e chiama Ciprì la sfida è garantita. Non potevo che accettare. Di Daniele mi ha conquistato la capacità creativa, uno spettro che va da Santa Rosalia a Pirandello e Kurosawa. Il centro è il cinema, il registro si alterna tra tragico e comico» spiega. Nicola è un “cannavazzo”, per dirla alla palermitana, uno straccio vecchio che parla siciliano. «Tenero, violento, bambino, vittima del sogno della ricchezza, fa anche un po’ pena. Il miraggio dei soldi ha creato un velo con la realtà, lui e la sua famiglia vivono giorno per giorno, senza chiedersi dove andare, che fare, senza porsi problemi o assumersi responsabilità. E non è questo il modo di comportarsi di tanti italiani di oggi?» confessò in un’intervista alla “Repubblica”.

Di sicuro per lui è stata l’occasione di confrontarsi con un personaggio all’opposto di quelli incarnati finora, pure a costo di eccedere un po’ nella caratterizzazione. Misurata e calibrata fino al micro gesto è invece la prova in “Bella addormentata” di Bellocchio, nelle sale il 6 settembre, dove è il senatore Uliano Beffardi, vedovo, ex socialista nelle file di Forza Italia, alle prese con una scelta ardua. Il 9 febbraio 2009 deve decidere se votare per una legge che va contro la sua coscienza o non votarla, disubbidendo alla disciplina di partito, mentre sua figlia Maria, attivista del Movimento per la vita, manifesta davanti alla clinica dove sta spegnendosi Eluana Englaro. Il film, secondo il regista equilibrato nell’offrire i diversi punti di vista su un tema così eticamente sensibile, farà comunque arrabbiare molti, specie a destra e dalle parti del “Giornale”; ma Servillo, a vederlo nel trailer con quella barbetta sale e pepe, l’abito scuro con camicia e cravatta in tinta, appare perfetto nel portare su di sé il peso di un tormento personale, il ricordo straziante di una spina da staccare.

Michele Anselmi

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