The Iceman. La consacrazione di Michael Shannon

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

VENEZIA LIDO. Applausi alla proiezione per i critici, poco dopo quasi un’ovazione all’incontro stampa. No, non è George Clooney, ormai di casa qui. L’entusiasmo è tutto per Michael Shannon. Dunque “il Secolo XIX” aveva visto giusto nel dedicargli un ritratto, due mesi fa. Trentotto anni, da Lexington (Kentucky), quasi due metri d’altezza, un viso che inquieta e fa paura, anche per il leggero strabismo che rende lo sguardo disturbante, Shannon è sbarcato al Lido fuori concorso con “The Iceman” di Ariel Vromen. Una sorta di fosco romanzo criminale un po’ alla Scorsese di “Quei bravi ragazzi”. Racconta la terribile storia di Richard Kuklinski, sanguinario killer al servizio della mafia newyorkese, un tipaccio di origini polacche morto in carcere nel 2006, scontando due ergastoli per aver ammazzato almeno 100 persone, forse più. La locandina lo definisce «loving husband, devoted father, ruthless killer»; sul buon marito e sul padre premuroso è arduo pronunciarsi, di sicuro, vittima di un’infanzia infelice, tutta botte e vessazioni, diventò un sicario feroce e implacabile. Unico scrupolo: «Non uccido donne e bambini, devo difendere la mia reputazione» come sentiamo in una scena del film.

Autentico campione dell’omicidio, Kuklinski usava di tutto: revolver, fucili, bombe a mano, mitragliette e cianuro se doveva agire in fretta; mazze, coltelli, spacca mandibole, calci, topi affamati e sacchetti di plastica se veniva richiesto un supplemento di sofferenza. Freddo come il ghiaccio, congelava i corpi delle vittime e li faceva a pezzi perché non si risalisse alla data delle uccisioni.  Non deve essere stato difficile per Shannon, con quella faccia, calarsi nel ruolo del killer, anche se l’attore, sposato con l’attrice Kate Arrington e padre della piccola Sylvia, nella vita normale pare sia tenero e sorridente. In effetti ha la stoffa per diventare il nuovo Christopher Walken, uno di quei “vilain” da cinema che praticano le sfumature nevrotiche, l’ambiguità morale, lo strazio interiore. Dal 1993 a oggi ha girato circa quaranta film, con registi come Curtis Hanson, Oliver Stone e Sam Mendes, ma solo di recente ha compiuto il grande salto che probabilmente lo porterà all’Oscar. Tuttavia i suoi film migliori continuano a non spiccare al botteghino. Alzi la mano chi ha visto “Take Shelter” di Jeff Nichols, ansiogeno thriller dell’anima con premonizione incorporata? Magari lo ricorderete nella serie tv “Boardwalk Empire – L’impero del crimine”, dove cesella il tormentato e devoto agente Fbi Nelson Van Alden, impegnato a dare la caccia ai contrabbandieri di whisky in pieno Proibizionismo e insieme ai propri fantasmi sessuali repressi col cilicio. Alquanto disturbato, eppure capace di cogliere le incrinature di un fasullo American Dream, appariva anche in “Revolutionary Road”.

Shannon è uno di quegli attori che incutono parecchia ansia: per il furore represso pronto a scatenarsi, per la gestualità trattenuta che nasconde alterazioni, psicosi, dissociazioni. Lui quasi ci scherza sopra, seduto al tavolo insieme al regista israeliano e ai coprotagonisti Ray Liotta e Winona Ryder. La quale confessa: «Con Michael non sai mai cosa succederà sul set, non parla tanto, si chiude in una sorta di spazio interiore, pronto a esplodere per catapultarti dentro la scena». Shannon sorride. «Non vado a recitare con l’idea di fare paura. Mi piace catturare la complessità di un personaggio, e Kuklinski a suo modo era complesso. Diventò un killer perché pensava di non saper far altro nella vita, sfogava la rabbia in eccesso uccidendo persone colpevoli almeno quanto lui». Vabbè.

Michele Anselmi

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