E’ stato il figlio. “Un film mortuario, ma sorridente”

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

VENEZIA LIDO. Occhio al titolo: esplicito e tuttavia fuorviante alla luce degli eventi. Primo film italiano in gara alla Mostra, “È stato il figlio” porta la firma di Daniele Ciprì, palermitano doc, noto per il sodalizio con Franco Maresco prima che la coppia artistica di “Cinico Tv” si sciogliesse con qualche doloroso strascico. Esce nelle sale il 14 targato Raicinema & Fandango. Com’è? Una riuscita con qualche difetto di tenuta narrativa, ma di sicuro qui al Lido i critici sembrano averlo apprezzato più del pompatissimo “The Master”.

Per il regista «è una favola nera sulla miseria della ricchezza, l’ottusità di un Paese “gratta e vinci” incapace di qualsiasi riflessione e sempre pronto a cambiare bandiera per sopravvivere, dove l’unico valore rimasto sono i soldi». I “piccioli”, per dirla in siciliano. Ma, come spesso capita al cinema, le immagini sono più fresche e universali delle intenzioni; sicché la differenza tra «ostentazione e dignità» esecrata dall’autore assume sullo schermo, nella chiave grottesca e vagamente funerea, una dimensione più sfaccettata, quasi da sit-com degradata, iperrealistica, atroce, cinica e quindi divertente.
Non per niente il cinquantenne Ciprì lo definisce «un film mortuario ma sorridente», spiegando di aver evitato stavolta l’antropologia siciliana tipica dei suoi film precedenti, in cerca di qualcosa di diverso, che gli restituisse «una certa Palermo della mia infanzia». L’aggettivo «mortuario» non piace invece a Servillo, che cita “Mastro Don Gesualdo” sul tema della “roba” e Sciascia sulla supposta origine matriarcale dei comportamenti mafiosi. Poi una confessione: «All’inizio ero timoroso di rovinare il film di Daniele. Temevo di non avere i numeri. Invece la sua fiducia mi ha aiutato». Infine una spiegazione: «Qui si racconta di una famiglia governata da leggi arcaiche dello stare insieme e insieme vittima di un alienante consumismo». Grazie, non avevamo capito.

Alla base c’è il romanzo omonimo di Roberto Alajmo, 2005, che Ciprì reinventa con l’aiuto di Massimo Gaudioso e Miriam Rizzo. «Conoscevo uno che per un graffio alla macchina ammazzò suo padre» confessa nell’incipit, dentro un ufficio postale dei giorni d’oggi, uno spaesato cinquantenne dallo sguardo fisso e dalla voce monocorde, uno “spiccia faccende” incarnato dal cileno Alfredo Castro. Parte da lì, mentre qualcuno distrattamente ascolta, il ricordo dei fatti, risalenti agli anni Ottanta, forse prima, quando la famiglia Ciraulo si ritrovò al centro di una tragica vicenda di mafia.
Chi è la famiglia Ciraulo? Il padre Nicola, che smonta le navi arenate e vende il ferro; la moglie casalinga Loredana; i figli Serenella e Tancredi; i due anziani nonni. Il quartiere Kalsa del romanzo si trasforma in una periferia brulla e minacciosa ricostruita a Brindisi causa vantaggi Apulia Film Commission: una muraglia di palazzi tutti uguali, grigi e anonimi, visti da una strada in salita, più in là macchine bruciate e cortili fatiscenti. Il cinema di Ciprì è comico nel ritrarre una certa mostruosità popolana, in stile “brutti, sporchi e cattivi”, con cieli da Apocalisse e sketch icastici, panze debordanti e preti ingordi.

Per farla breve la piccola Serenella finisce uccisa per errore da due killer mafiosi che volevano sparare a un picciotto irrispettoso, solo che il lutto familiare si trasforma in una benedizione per la famiglia: 220 milioni di lire a mo’ di risarcimento, da parte dello Stato. Solo che i soldi tardano ad arrivare. E intanto i Ciraulo prendono a spendere, si indebitano con due usurai untuosi e terribili, quando il “rimborso” arriverà, ormai mangiato dai debiti, Nicola lo userà per acquistare una lussuosa Mercedes blu (una Volvo nel libro), e quello status-symbol sarà la sua rovina.
Ciprì innesta toni da opera buffa nel ritratto di quella famiglia fetida e vorace, annebbiata dal denaro, che troverà in extremis una soluzione immorale per “campare”. Non tutto tiene, ma Ciprì, pure direttore della fotografia, maneggia la materia rischiosa senza fare il verso ai passati film con Maresco, rinnovando il repertorio, estraendo il meglio dai suoi attori, quasi tutti siciliani con l’eccezione del napoletano Toni Servillo, un po’ sopra le righe, come se invece di farsi maschera indossasse la maschera.

Per palati fini il riferimento al film “Vite perdute”, del 1991, che danno nei cinema: fu diretto da tal Giorgio Castellani, pseudonimo di Giuseppe Greco, oggi scomparso, figlio del boss Michele Greco, detto “il Papa” di Cosa Nostra. Tutto torna in Sicilia…

Michele Anselmi

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