Pietà di Kim Ki-duk: prendere o lasciare?

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

VENEZIA LIDO. Kim Ki-duk, regista sudcoreano, classe 1960, diciotto film nel medagliere, non ha dubbi. Il suo nuovo “Pietà”, in concorso alla Mostra, non è una tragedia greca in salsa coreana. «Parlo semmai del capitalismo estremo e delle sue conseguenze sulle dinamiche umane e familiari» scandisce tra i «bravo!» dei suoi sfegatati estimatori. «In una società capitalista il denaro mette inevitabilmente alla prova le persone. Finiremo per diventare denaro agli occhi degli altri, schiacciati sull’asfalto. Piango ancora una volta rivolto al Cielo, con scarsa fede. Dio abbi pietà di noi». Infatti il manifesto del film, nelle sale italiane dal 14 settembre, riecheggia la “Pietà” di Michelangelo, mostrando una madre e un figlio stretti quasi nello stesso abbraccio.

Per la serie “prendere o lasciare”, il cinema di Kim Ki-duk manda in solluchero i festivalieri, “Pietà” non fa eccezione, benché non sia una passeggiata di salute. Si parte con il suicidio per impiccagione di un poveraccio su una sedia a rotelle, si prosegue con una triste masturbazione sotto le coperte, e subito arriva l’amputazione di un braccio pigiato dentro una morsa, più frattaglie sanguinolente, ossa spezzate, corpi congelati.

Siamo in uno dei quartieri più degradati di Seul, dall’impronunciabile nome Cheonggyecheon, tra botteghe artigiane che chiudono, palazzi fatiscenti e poveracci strozzati dai debiti. Qui si muove come un pesce nell’acqua un giovanotto violento, tal Kang-do, incaricato di recuperare i crediti, anche con metodi spicci, per conto di un bieco usuraio. Solo che l’uomo è particolarmente sadico nell’esercizio delle sue “funzioni”. Adora rendere storpi quei poveri cristi, umiliarli ripetutamente a suon di schiaffoni, stuprarne le mogli. Finché non gli compare davanti una donna misteriosa, ancora giovane e abbastanza bella, che dice di chiamarsi Mi-sun e di essere sua madre, la madre che lo abbandonò tanti anni prima rendendolo così cattivo. Lui sulle prime non le crede, la scaccia urlando «brutta troia», ma lei insiste: vuole ad ogni costo riconquistare l’amore del figlio, redimerlo da quell’esistenza “mostruosa” fatta di normali atrocità, al punto da accettare rapporti sessuali incestuosi.

Nessuno è innocente nel mondo derelitto di Kim Ki-duk. Tutti sono sporchi, brutti e cattivi, costretti a vendersi per tirare a campare, ossessionati dal denaro vaporizzato negli interessi, un po’ come in “È stato il figlio” di Daniele Ciprì, solo che qui non c’è nulla da ridere. Uomini, donne, animali: tutti martoriati, torturati, spezzati. Naturalmente le cose non sono quello che sembrano. L’amorosa dedizione della madre, novella Maria, nasconde un segreto, forse un proposito di vendetta, e ci fermiamo qui, perché il tema del film è sì la pietà, nelle sue forme inattese dentro le brutture della consumistica società coreana, ma anche l’impossibilità di redimersi, se non attraverso un gesto estremo, dopo aver provato la pena indicibile di un nuovo abbandono.

«La storia è più familiare e riconoscibile, rispetto alle mie precedenti» azzarda il regista, sicuro di aver realizzato un film popolare, addirittura facile e comprensibile. In realtà, a fine proiezione stampa, in parecchi ci chiedevamo chi fosse chi e cosa nascondesse di così terribile quella ghiacciaia insanguinata. Ma Kim Ki-duk non si discute, almeno qui alla Mostra, e bisogna riconoscere che i due attori protagonisti, Cho Min-soo e Lee Jung-jin, si sottopongono a una prova da far tremare le vene.

Si capisce tutto benissimo, invece, in “Le linee di Wellington”, l’altro titolo in concorso. Diretto dalla portoghese Valeria Sarmiento, che ha preso in mano un progetto dello scomparso Raúl Ruiz, il film prende il titolo proprio dal nome del mitico generale inglese che sconfisse Napoleone a Waterloo. Qui siamo qualche anno prima, nel 1810, quando l’esercito anglo-portoghese guidato appunto da Wellington inflisse una sonora sconfitta all’armata francese del maresciallo Massena. Fitto di partecipazioni in amicizia, da Michel Piccoli a Catherine Deneuve, da Isabelle Huppert a Chiara Mastroianni, da Marisa Paredes a John Malkovich, “Le linee di Wellington” intreccia diverse storie nel corso della ritirata strategica ordinata dal generale britannico per bloccare i francesi alle porte di Lisbona. Il tono è epico, a tratti molto realistico, con accensioni di commedia maliziosa sui temi del sesso dentro l’attendibile cornice storica in chiave anti-giacobina. Bisogna lasciarsi andare ai 151 minuti, divertirsi con la ricetta del “filetto alla Wellington” e non far caso ai notevoli nudi di donna: troppe tette rifatte e pubi rasati per essere ai primi dell’Ottocento.

Michele Anselmi

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