La cinquième saison, la fine delle stagioni nel film di Brosens e Woodworth

E se il 21 dicembre 2012 profetizzato dai Maya fosse La cinquième saison di Peter Brosens e Jessica Woodworth? Cosa accadrebbe se lo “Zio Inverno” decidesse di non cedere il passo alla primavera? Da questo originale spunto nasce uno dei più interessanti e curiosi film presentati in concorso a Venezia 69. Tutto ha inizio con un Guy Fawkes di paglia che non prende fuoco. Così il rito della fine dell’inverno non si avvera e le stagioni interrompono il loro susseguirsi naturale. Gli effetti sono semplici ma catastrofici: il gallo non canta più, le galline non fanno più le uova, le mucche non fanno più il latte, le api non impollinano, nevica in estate.

La coppia belga Brosens e Woodworth ci catapulta in un inusuale e pregevole status quo fantascientifico, nel quale, tra una suggestione e l’altra, non c’è spazio per la noia, poiché stimolati “a resistere” per capire dove la sequenza successiva andrà nuovamente a parare, e stupirci. Tutto è assurdo, e il linguaggio narrativo della settima arte rimane schiacciato da un procedere per immagini forzatamente autoriale caratterizzato da macchina fissa, ostentati piani sequenza, piani lunghi dal sapore immobile e pittorico, pastori e contadini pronuncianti frasi incomprensibili da poeti maledetti.

Sotteso film apocalittico silvestre e agricolo, surreale e verosimile, La cinquième saison (terzo capitolo di un trittico già cominciato con Khadak e Altipiano) è un’opera criptica e simbolica, per questo sfuggente e affascinante. Esteticamente accattivante grazie ad una bella fotografia di matrice russa e da innumerevoli e ignoti richiami all’arte fiamminga di Hieronymus Bosch e Bruegel il Vecchio, La quinta stagione ci conduce, con tocco lieve e incisivo, di fronte all’eterno incontro/scontro tra Uomo e Natura, dove, una volta tanto, è la seconda ad averla vinta. Non ci sono tsunami, terremoti, alluvioni. La conseguenza al “cataclisma stagionale” è il degenero dell’uomo verso la sua più profonda inumanità, tramite un finale con (non)uomini monatti, indossanti la maschera veneziana del Medico della Peste, che sanciscono la morte delle stagioni, e della civiltà. La Natura, con fare silenzioso  e ostile, ha vinto e l’uomo non può far altro che tornare agli albori, cercando di supplicarla offrendo uno stralunato fioraio come capro espiatorio, vittima sacrificale.

Memorabile la sequenza conclusiva con l’invasione non di un esercito di alieni (come i disaster movie americani ci hanno abituato), ma di una mandria di struzzi (le due “specie” condividono, casualmente, lo stesso sguardo a palla).

Tommaso Tronconi

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