Psycho/Van Sant/Hitchcock: imbalsamare un capolavoro

Gus Van Sant è un regista che più volte si è avuto l’occasione di definire metamorfico, poliedrico e cangiante proprio come le nuvole che costituiscono uno dei simboli del suo cinema. Il momento più apprezzato della sua cinematografia è senza dubbio quello sperimentale, che corrisponde alla cosiddetta trilogia della morte. E’ questa infatti la stagione dei suoi capolavori, ma troppo spesso si tende a dimenticare che in un corpus filmico in divenire come quello di Van Sant, sono molto importanti i momenti di snodo, gli svincoli concettuali. La proposta che si vuole fare in questa sede è che il film Psycho (1998), riproposizione quasi perfetta dell’omonimo capolavoro di Hitchcock, abbia appunto la funzione di chiudere una stagione e di aprirne un’altra nel panorama della produzione del regista di Portland.

Per comprendere la portata di questo (forse troppo sottovalutato) progetto autoriale dobbiamo comporre una topologia delle diversità, andando a individuare nella trama delle immagini, i momenti in cui Van Sant tradisce intenzionalmente il dettato del suo nume tutelare, mettendo in mostra la sua individualità di artista. Andando ad agire su un retroterra condiviso con lo spettatore (quasi tutti hanno almeno sentito parlare di Psycho e della celeberrima scena dell’omicidio nella doccia), il regista si garantisce la possibilità di creare degli interstizi di comunicazione con il pubblico, minando la continuità diegetica del prodotto originale per generare degli intervalli visuali di grande impatto e significato extra-narrativo.

Tornando al ruolo di Psycho nell’economia della filmografia vansantiana è da rilevare che la pellicola risulta essere la logica conclusione del cosiddetto periodo hollywoodiano, quando Van Sant accetta di girare pellicole basate su sceneggiature scritte da altri. Si tratta di lavori molto commerciali ma che, forse con l’eccezione di Da morire (1995), hanno ben poco da raccontare da un punto di vista estetico. L’unico motivo di interesse per film come Will Hunting – Genio ribelle e Scoprendo Forrester è la continua presenza di immagini hitchcockiane che sembrano prefigurare gli esiti del film di cui si sta discutendo in questa sede.

In particolare risulta emblematica la figura di Forrester, padre intellettuale del giovane protagonista, che lo inizia alla scrittura sottolineando l’importanza del lavoro di copiatura. Traslando questo pensiero nella poetica di Van Sant possiamo proporre una nuova idea di Psycho, poco apprezzato dal pubblico a causa (forse) dei ritmi troppo lenti, troppo classici. Quello che Van Sant fa nel suo omaggio a Hitchcock ha il sapore di un commiato, di un elogio a una stagione ormai estinta. È un chiudere i conti con il passato, un bruciare gli ultimi resti di un periodo ormai cristallizzatosi in forme vuote e sterili, depauperate dalla loro stessa riproposizione.

Gus Van Sant, lavorando negli infinitesimali spazi di manovra che lui stesso ha scelto per se stesso, imbalsama il film originale, omaggiandolo con un interessante esercizio di stile, che ha – però – gli occhi vitrei della morte. Come la madre dello psicopatico Bates è stata imbalsamata dal figlio per conservarne l’ossessivo ricordo, così Van Sant congela Hitchcock per superarne l’ingombrante presenza, riuscendo a risolvere l’Edipo che ha soggiogato Norman. Celebrati gli ultimi ossequi al cadavere del proprio padre cinematografico, spogliatosi degli orpelli stilistici che il cinema hollywoodiano esige dai propri autori, arricchitosi con le oniriche apocalissi di Béla Tarr e con i sapori orientali di Abbas Kiarostami, Van Sant prepara il terreno per smarrirsi nel bianco deserto di Gerry (2002), nella labirintica macelleria umana di Elephant (2005) e nella dissonante armonia della natura di Last Days (2005).

Giuseppe Previtali

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