Nell’occhio del ciclone. I titoli di testa di La donna che visse due volte

Nel cinema contemporaneo capita piuttosto di frequente che i titoli di testa e di coda, che incorniciano il film e ne prefigurano il contenuto in chiave formale e visiva, vengano ignorati e passino sotto silenzio. In realtà, quelli che molto spesso vengono visti come meri orpelli decorativi, posti a saldatura di un contenuto visuale immersivo che non lascia spazio d’azione allo spettatore, molto spesso possono riservare delle piacevoli sorprese. Pensiamo ad esempio a Da morire (1995) di Gus van Sant, dove i personaggi sono presentati attraverso le loro apparizioni sui giornali di cronaca cittadini. Un altro esempio possibile è Shirin (2008) di Abbas Kiarostami, dove i titoli di apertura e di chiusura sono l’unico punto di comunicazione fra film e spettatori.

In un titolo come La donna che visse due volte (1958), dove tutto è sapientemente calcolato perché lo spettatore colga delle segrete corrispondenze fra gli oggetti e la vicenda, non è possibile pensare che i titoli di apertura, che si muovono su un registro quasi astratto, non veicolino qualche informazione sulle immagini che si vanno a comporre o che non possiedano una qualche tensione sottocutanea che, se opportunamente stimolata, dischiuderà il senso globale. Jean-Luc Godard sostiene che Hitchcock sia stato il più grande creatore di forme del Novecento; in effetti in un film come Sabotaggio (1936) questa tensione al puro gioco delle forme, in bilico fra realismo e tensione all’astratto, è già ben percepibile, sebbene nei titoli di testa di La donna che visse due volte la scelta raggiunga l’apice, concretizzandosi in un gesto estetico di rara finezza.

Spirali multiformi si dispongono davanti all’occhio dello spettatore, incastonandovisi all’interno (con un probabile riferimento al surrealismo di Buñuel, che si prefiggeva proprio di aggredire lo sguardo spettatoriale). Già a una prima visione si comprende che queste forme geometriche prefigurano il tema centrale dell’opera, ovvero la vertigine, lo scivolamento nell’abisso, la perdita dei punti di riferimento in un gorgo che non lascia scampo, l’eterno ritorno dell’uguale. Sono tutte suggestioni corrette, che connettono la spirale a temi classici e filosofici che in effetti rientrano a buon diritto nel novero degli elementi “ideologici” del film.

Fra le apparizioni plurime della spirale c’è però un suo concretizzarsi che risulta particolarmente significativo. Infatti la forma scelta da Hitchcock evolve in continuazione e si può dire che perde dopo poco le sue caratteristiche di spirale. Basterà fare un confronto fra questi titoli di testa e il film sperimentale Anemic Cinema (1926) di Marcel Duchamp per rendersi conto che quella che Hitchcock ci mostra non è una spirale nel senso pieno del termine. Evidentemente il cambiamento della forma veicola un significato particolare, che trascende sia la linea narrativa della vicenda, sia i valori evidentemente suggeriti dal regista come livello di lettura “allegorico”.

Cinque anni prima che il film di Hitchcock venisse concepito, Watson e Crick scoprirono la struttura del genoma umano, la celeberrima doppia elica composta da molecole di deossirobisio e basi azotate. Si trattò per l’epoca di un evento sconcertante, la scoperta della struttura intima dell’uomo, della sua composizione elementare. Evidentemente anche Hitchcock aveva assorbito la notizia in tutta la sua portata: se si guardano i titoli di testa di La donna che visse due volte con questo occhio non si potrà fare a meno di notare che le forme proposte ricordano o, in qualche modo, tendono ad approssimare la doppia spirale del DNA.

È un livello di lettura ulteriore, che trascende le mere corrispondenze immagine-concetto e si apre a una possibilità di indagine più ampia, a quella che psicologicamente si potrebbe definire una generalizzazione. Porre la forma del DNA a fondamento di un’esperienza perturbante come questa significa dire che quegli eventi sono intimamente connessi a noi, che ogni uomo ha una pulsione malata per la morte, per l’imbalsamazione del proprio ricordo, per la ricerca ossessiva di equivalenze empatiche che conducono inevitabilmente nell’occhio del ciclone, nel punto più profondo di questa vertigine, dal quale, come Scotty Ferguson, siamo destinati a non uscire mai.

Giuseppe Previtali

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