A che servono i festival?

Ma i festival cinematografici servono a qualcosa? C’è chi comincia a dubitarne seriamente. Due anni fa, in occasione dell’apertura di Cannes, il saggio Ermanno Olmi espresse le sue perplessità, quando dichiarò che “anche il festival di Cannes non può sottrarsi al mercantilismo, alle pressioni politiche, ai patteggiamenti che poco hanno a che fare con l’arte. E’ difficile trovare sussulti, gesti di ribellione, fili d’erba”. Venezia, che forse per distinguersi non si chiama festival ma Mostra d’arte cinematografica, non può risultare estranea alle stesse perplessità. Nella recente rassegna si sono levate alte le critiche per la premiazione, che ancora una volta ha visto ai margini del ring i nostri concorrenti. Andrebbe però ricordato che quando si accetta un concorso, ne consegue che vanno accettati anche i suoi verdetti.

Il vero problema è un altro: a fronte dei molti soldi spesi per allestire un festival (circa 12-13 milioni di euro per ognuna delle manifestazioni maggiori italiane, Venezia e Roma), ci si dovrebbe chiedere se vale davvero la pena, ovvero quantificare la ricaduta e il ritorno di tanto esborso. A ben vedere ormai i festival sembrano come quelle stelle che brillano, ma non ci sono più. Interessano davvero il pubblico che va al cinema? Servono davvero a lanciare i film selezionati e ad amplificare la visibilità dei film premiati? Stando ai risultati si direbbe di no. I premiati delle ultime edizioni in terra di Francia hanno avuto scarsissima diffusione nelle sale. E ahimè anche i film della recente rassegna veneziana stentano parecchio a incontrare i gusti del pubblico.

La scarsa ricaduta della presenza festivaliera sta allontanando persino i produttori più importanti, i quali a fronte dell’investimento per partecipare non vedono un’adeguata ricompensa. C’è poi chi pensa che sarebbe meno oneroso per tutti inventare nuove modalità e nuovi formati, per esempio dando appuntamento al mondo intero in Internet e lasciar giudicare agli spettatori anziché ai soliti addetti ai lavori o a discutibili giurie. Saranno dunque sul web le rassegne cinematografiche del futuro? La discussione è aperta.

Roberto Faenza

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