Perché il cinema è in coma

Da Il Fatto Quotidiano di oggi

Il cinema italiano sta morendo? A guardare i recenti risultati del box office si direbbe proprio di sì. Quest’anno ci sono state settimane in cui i nostri incassi hanno segnato un deficit di oltre il 40% rispetto al 2011, che già non è stato fortunato. Ma la cosa più grave è la disaffezione del pubblico verso le pellicole targate made in Italy, in particolare nei confronti del cinema d’autore. Prova ne è la deludente performance al botteghino dei film di Venezia usciti sinora. Non staremo qui a entrare nella risibile polemica contro il presidente della giuria, il regista Michael Mann, accusato di non avere voluto omaggiare un titolo nostrano. Quando si accetta un concorso, si accettano anche i verdetti. Basti pensare che a Cannes i film francesi quasi sempre restano a bocca asciutta, eppure non si lacerano le vesti come succede da noi. Né risponderemo all’idiozia di chi sostiene che i film italiani sono “provinciali”, quando proprio i nostri film più minimalisti, da  “Miracolo a Milano” a “I vitelloni”, sono quelli che hanno riscosso il maggiore successo internazionale. Il guaio è semmai un altro: l’industria cinematografica italiana soffre del mal di Fiat. Non è stata capace di rinnovarsi, ha consumato tutto il consumabile e ora si ritrova in braghe di tela. Senza  una reale strategia di riscossa e senza aver saputo prevedere il mutamento del mercato, esattamente come il nostro tanto lodato Marchionne. Contiamo i cadaveri. Le sale cittadine sono in via di estinzione e sopravvivono solo più i multiplex.

Mentre da noi si piange miseria, nella vicina Francia, a parità di popolazione, si stacca il doppio di biglietti, si produce il doppio di film, si incassa più del doppio che da noi. Basti un esempio: da noi un film meraviglioso come il premio Oscar “Una separazione” è stato visto da poco più di centomila spettatori. In Francia da oltre un milione. Quando faccio questo esempio, l’amico Gian Antonio Stella mi chiede con sarcasmo: significa che i francesi sono dieci volte più intelligenti e colti di noi? Corre l’obbligo ricordare che esiste anche una casta del cinema, pur se di dimensioni ridotte rispetto a quella spaventosa che alberga in parlamento. E’ sotto gli occhi di tutti la penosa querelle sulla nomina del film italiano da presentare all’Oscar, con una commissione che appena nominata perde colpi per palese conflitto di interesse.  La casta è ben rappresentata da tutti coloro che si sono arricchiti e hanno avuto interesse a edificare un mercato strozzato da un sistema piramidale, dove gli unici veri introiti finanziari derivano dallo strapotere della televisione generalista, Rai e Mediaset, unico esempio al mondo di oligopolio dominante. E’ noto infatti che nessun film di budget consistente può essere prodotto senza l’ausilio di uno dei due network. Il che avviene solo da noi. La dipendenza del cinema dalla televisione comporta non pochi guai. Il primo è l’autocensura, di cui forse né gli autori né i produttori si rendono interamente conto. Si tratta di un meccanismo perverso di innegabile portata, che si palesa quando si va a chiedere soldi alla televisione, la quale come è noto non è proprio cuor di leone se si tratta di affrontare temi controversi. Provate a voler proporre alle televisioni un film sulla trattativa, magari critico del presidente Napolitano. Vedrete cosa vi rispondono. Basta osservare lo scempio della fiction generata dalle reti cosiddette pubbliche, dove trionfa una improbabile galleria di preti e santi che neppure ai tempi dell’Inquisizione erano tanto esaltati. Altro guaio della dipendenza dalla tv è la mancanza di combattività da parte dei produttori nei confronti di quei network che agiscono in barba alle leggi comunitarie in difesa delle “quote” di produzione, che la maggior parte delle reti si guarda bene da rispettare. Come possono essere messe in mora da quegli imprenditori i cui principali cespiti dipendono da quelle stesse reti? E infatti costoro alla lotta preferiscono il letargo.

Dicevamo prima delle sale cittadine che spariscono. Solo a Roma hanno chiuso oltre trenta sale in pochi anni. Il risultato è catastrofico, perché il pubblico adulto che non ama frequentare i multiplex, dove si aggirano orde di ragazzini assetati di sangue e di effetti speciali, si trova di fatto senza locali dove andare. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: il cinema di qualità è in crisi perché i suoi spettatori, per lo più adulti, non trovano più dove vederlo. A fronte di questa panoramica non certo edificante c’è un solo dato che induce a non suicidarsi: il fatto che sta crescendo nel paese un sentimento di disgusto nei confronti dei nostri maggiorenti, alimentato da tantissimi giovani autori, sceneggiatori, attori, registi e anche produttori, che si affannano a  cercare nuove strade, inclusa Internet, pur di sentirsi liberi.

Roberto Faenza

Lascia un commento