Il vero volto delle cose. Il perturbante in Velluto blu

Una delle categorie fondamentali dell’estetica novecentesca è, fuor di dubbio, quella del perturbante, formalizzata in seno alla psicanalisi da Sigmund Freud in un saggio omonimo vergato nel 1919. Questo concetto si distingue da altri elementi della teoria estetica contemporanea per suscitare una sensazione sinistra, di spaesamento e paura derivante dal trovarsi di fronte a un’entità che ci è parimenti conosciuta ed estranea. Nelle parole di Freud è quella sorta di spaventoso che risale a ciò che ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare. La tradizione letteraria è in effetti piena di esempi del genere, basti pensare alla relazione dialettica fra le due personalità del Dr. Jekyll di Stevenson, o alla Cosa del Frankenstein così come viene descritta nel romanzo da Mary Shelley.

Anche la cinematografia ha fatto proprio questo concetto; se si considera che la settima arte è spesso vista come in grado di amplificare le percezioni e le sensazioni grazie a un non meglio identificato specifico filmico, sembra del tutto naturale pensare che, anche nel cinema, il perturbante – soprattutto nel nostro periodo storico – giochi un ruolo fondamentale. In effetti sembra che la chiave di lettura più naturale per alcune filmografie anche di grande respiro sia proprio quella, come nel caso di David Lynch; in questa sede si mostreranno alcuni esempi di quest’estetica utilizzando brani del film Velluto blu (1986).

Si prenda, ad esempio, l’ouverture dell’opera: attraverso un montaggio piuttosto classico ci vengono mostrati degli scorci di una tipica cittadina americana, in un’ambientazione molto vintage e piacevole. Sullo sfondo scorre una musica da telefilm americano. La nostra attenzione si sposta su un uomo che innaffia il prato, di cui vediamo i fiori dai colori sgargianti. La canna per innaffiare si annoda, bloccandosi, e poco dopo il personaggio ha un attacco di cuore e cade a terra. Già in questa scena c’è tutto il film: un contesto ovattato e rassicurante che risulta dissonante rispetto a sé stesso, l’eccessivo realismo dei dettagli che ci spingono a chiederci se quegli oggetti esistano davvero o se siano elementi d’arredo, le associazioni intellettuali che il regista instaura per inserire nella scena un livello ulteriore di lettura (ingorgo della canna – ingorgo del sangue), un’evidente metafora sessuale a chiudere il tutto.

Poco dopo, il nostro protagonista (figlio dell’individuo che ha avuto l’infarto) trova un orecchio mozzato a terra. Allo spettatore però viene mostrato prima, subito dopo la scena sopra descritta, senza che si capisca bene di che cosa si tratti. Il regista stringe progressivamente su questa forma non identificata, mostrandoci le pieghe della carne in putrefazione. Questo, pur non avendo nessuna pretesa esplicativa, ci disturba profondamente. Sappiamo che quel frammento ci dovrebbe essere familiare, dovrebbe attivare dentro di noi delle naturali associazioni, ma per come è stato ripreso questo è assolutamente impossibile. Ecco il perturbante in azione.

Un altro esempio possibile è quello delle scene di canto. Isabella Rossellini canta in un night club la canzone che dà il titolo al film e, anche in questo caso, Lynch stringe ossessivamente sulle sue labbra scarlatte, astraendole dalla totalità del corpo e rendendole una pura forma, destabilizzante e misteriosa. Lo stesso valga per il brano In dreams, cantato dall’androgino interpretato da Dean Stockwell (figura interessantissima e di per sé perturbante), che si rivela presto essere un playback: quando, strappato il microfono, la base musicale continua a risuonare nello stanzone vuoto, dove il pubblico aspetta in silenzio, il carico emotivo studiato dal regista diventa pesante come un macigno, un insopportabile fardello che prostra visivamente e psicologicamente lo spettatore.

In sintesi, traendo delle conclusioni che non potranno che essere parziali, Velluto blu – pur non essendo una pellicola estremamente sperimentale dal punto di vista tecnico – pone dei forti interrogativi alla figura dello spettatore in sede di riflessione estetica, in quanto sottolinea efficacemente e in un modo non pedante come dietro alla normalità di facciata si nasconda un mondo brulicante di individui doppi e destabilizzanti. Un colpo al cuore alla costruzione della società americana e alle sue certezze. Non sarà quindi certo un caso (e si perdonerà la breve digressione), che in un video realizzato per una campagna pubblicitaria, la nota cantante Lana del Rey abbia ambientato una riedizione della canzone Blue Velvet in uno stanzone alla Shining, confezionando un breve video in cui i temi del perturbante e del doppio la fanno da padroni.

Giuseppe Previtali

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